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lunedì 28 maggio 2012

Franco Arminio. Cose del giorno dopo

Cronache culturali Lo scorso sabato 26 maggio, è stato ospite del Fondo Verri di Lecce il poeta e scrittore Franco Arminio
Essere Comunità
Francesco APRILE

Portare l’attenzione sulla sofferenza, sul dolore, distogliere lo sguardo da ciò che oggi ci ricopre, spezzare la maschera attoriale per non sopprimerci, da noi, nel gioco di una rappresentazione sociale che astrae, distrae, scuce e distrugge. Oggi, le cose ci scivolano addosso, quelle delle nostre necessità che scartiamo via come prodotti ormai scaduti, per rifugiarci nel comfort sempre troppo facile dell’apparenza frivola.
È l’attenzione che Franco Arminio, poeta-paesologo ospite del Fondo Verri di Lecce nella serata di sabato 26 maggio, chiede e crea, porta sulla scena di una rappresentazione che mossa nella tessitura del dialogo comune, del confronto, si muove, s’agita, esce dai canoni dell’uso quotidiano del linguaggio per affrancarsi, per concimarsi alle necessità che oggi via via si perdono.
Cerca la parola comunità, Arminio, e la ricerca nella continua tessitura, accompagnato nel dialogo da Mauro Marino che del Fondo Verri, assieme a Piero Rapanà, ha fatto negli anni spazio di confronto e apertura costante. Ci sono versi in calce che sanno ascoltare l’aria come un volo di rondine apre ali e libera pensiero. Quello di Arminio è un dialogo costante, intenso, con la parola che non è mai slegata da un contesto, avulsa, contorta o svuotata di senso, ma, anzi, è nel contesto che si crea e alimenta la fiamma dell’impegno, perché è impegno la poesia; ha da raccontare un vissuto quotidiano che sposta l’occhio dalle grandi narrazioni e si concentra sul vivere, su quelle necessità che per forza di cose guardano in faccia le sofferenze, il dolore, la morte e da queste si rafforzano, sanno crescere e mescere spartiti diversi, lontananze che nella necessità, appunto, sanno ritrovarsi come vicine; perché è in ciò che è comune agli uomini che la vita muove, e ciò che è comune è agli uomini universale.
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Dice d’aver iniziato ad entrare in Lecce e la sua realtà soltanto ora, dopo esserci già stato due o tre volte prima d’oggi. Prima, dice, la città gli era scivolata addosso, ne aveva visto il barocco, i monumenti, ma gli era scivolata addosso, perché di un luogo bisogna sentirne il respiro, il passo, l’incedere quotidiano dell’uomo e della natura dei posti. Ha capito che come molti Sud c’è qualcosa che tende a trascinare tutto con sé, verso il basso, verso la mortificazione delle risorse, della creatività che s’affanna a vivere dove la visione politica è troppo spesso accorta a soluzioni proprie di un modernismo improvvisato. Ma c’è qualcosa che nelle sue parole mi riporta alla mente altre parole, altri impegni, altre dimensioni.
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Lo ascolto, ne leggo le parole, lo spazio che occupa la morte e la dimensione del dolore, la possibilità di esserci e progredire nella sofferenza e nelle piccole cose, nel quotidiano, nell’aprirsi ad una dimensione propriamente umana che possa designare, anche, una vita migliore, a dimensioni etiche che liberano l’uomo dal timore che, accompagnato da tutto un sistema di sovrastrutture, lo porta a scartare, ad allontanarsi dal fare i conti con l’inevitabile corso della vita per rifugiarsi nella pallida, ma semplice e fugace, coperta della rappresentazione di un liguaggio-uomo-feticcio.
E penso che sia nella necessità del tornare ad essere uomini che ascoltano lo spazio che li circonda, che se ne nutrono, e questo traducono in esperienza di vita, che si realizza l’universalità-comune della pratica poetica di Arminio, che in quel suo affrontare il dolore, per sempre continuare a costruire, mi sembra vicino ad altre parole, altre dimensioni, altri impegni che in questi posti al sud hanno imbastito parole sulle necessità quotidiane.
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Penso a Salvatore Toma, al nome da scrivere su una croce per uscire “per strada a guardare la gente con occhi diversi”, penso a quel tuffo che in quelle parole si compie con in faccia la crudezza di un approccio che senza mezzi termini apre l’uomo al mondo, restituendolo alla sua appartenenza. Trovo questo in Arminio, un tornare dell’uomo al mondo, ad appartenere ad esso, esser parte dell’esistenza, per non giocare ancora a trarre in ostaggio il mondo e violentarlo con l’ineffabile dei nostri bisogni da messinscena televisiva.

venerdì 25 maggio 2012

Fondo Verri
Presidio del libro di Lecce
stagione primavera 2012

Iniziativa promossa dalla Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo
in collaborazione con l' Associazione Presìdi del libro

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Sabato 26 maggio, alle 19.30
Franco Arminio al Fondo Verri

La copertina di Terracarne - Mondadori

Domani, sabato 26 maggio, alle 19.30, Franco Arminio, sarà al Fondo Verri.
Al suo “Terracarne” edito da Mondadori è stato assegnato il Premio Carlo Levi 2012. Armino è stato ospite la settimana scorsa a Miggiano e a Montesano per un workshop sulla Paesologia nell'ambito di “Salento Creativo”. Di seguito l'articolo di Franco Arminio per "il Paese nuovo" di giovedì 24 u.s.:

Invito il Salento alla sagra del futuro
Franco ARMINIO

Lo so, è tutto fragile, confuso. La salute morale facilmente si dissesta, il disincanto è più forte dell’incanto, le meraviglie di un giorno non si replicano il giorno dopo.
Parlando coi ragazzi che a Miggiano hanno frequentato un breve corso di paesologia, ho sentito con forza che nel sud c’è una grande capacità di manipolazione simbolica, di astrazione, e nello stesso tempo c’è un cuore conviviale, un’economia della generosità. Da qui bisogna partire ogni giorno, dall’idea che non è Milano la cosa che ci manca, ma siamo noi la cosa che manca a Milano.
Il Salento deve lavorare sui dettagli. Qui più che altrove l’essenziale c’è già. Te lo dà la taranta su una spalla, il sole in testa, il mare in gola, le case di calce, i palazzi di tufo, la pietra dolce delle chiese, i campanili di sughero, lo zucchero filato dei balconi. Terra scoperta, penisola limata dal vento e dalla luce, terra senza tegole, senza montagne e senza colline, dove la modernità convive con un fiato di magia. Sono arrivato coi nervi aggrovigliati e il cuore scuro, sono tornato a casa coi nervi ben distesi e il cuore più chiaro. Il Salento, almeno per chi viene da fuori, è una grande farmacia: la farmacia del mare, degli orti e degli ulivi, della luce.
Il sud irpino, il sud in cui vivo, è un frammento del polo incastonato nell’Appennino. Un sud scontroso, iroso, diffidente. Veniamo dalla stessa civiltà contadina, ma con un altro clima, con un’altra geografia. Non abbiamo intorno a noi la cintura epica del mare, abbiamo una terra mossa, agitata, rigata da un vento spinoso. Per me è difficile capire come fila la vita quotidiana salentina nella sua lunga stagione estiva. Da noi l’estate è una breve apparizione. I paesi sono lontani e devi fare sempre tante curve per trovarli. In certi posti l’unica pianura è il palmo della mano.
Il Salento è un’altra storia, non posso pensare di conoscerla passandoci dentro per qualche giorno. Quello che so è che mi fa bene. Al punto che mi fa perdere pure le parole (sono rimasto muto per tre ore su uno scoglio a Novaglie), perché le parole vengono più facilmente nei luoghi che infiammano i nervi, nei luoghi in cui sento solo avarizia e sfinimento.
So che anche qui il sud ha i suoi capannoni, i suoi silos dove raccoglie accidie e rancori. Ho visto coi miei occhi la campagna piena di rifiuti e so che quelli a vista sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno buttato nelle cave.
So che la classe politica di questi luoghi pensa ancora
ad infilarsi nei caselli dello sviluppismo, in un momento in cui bisognerebbe uscire dalla carreggiata, fare sentieri nuovi, impensati, piuttosto che allungare il collo di bitume al cieco bisonte della modernità.
Domenica scorsa ho incontrato molte persone che si battono contro una strada che dovrebbe trafiggere come una spada il Capo di Leuca. A un certo punto abbiamo trovato una grande pietra su cui una volta si batteva il grano. Ci siamo seduti ai bordi di questa pietra e abbiamo fatto silenzio e il silenzio ci ha fatto sentire tante cose di noi stessi e di quello che c’è fuori. Io ho visto le formiche sulla pietra, ho pensato alla malattia di mia madre, ho avvertito il sincero ardore dei miei compagni di passeggiata. Tante persone venute a dire no a una strada inutile, tante persone animate da una militanza  mite, capace di contestare ma anche di ammirare, una militanza in cui la voglia di cambiare il mondo non ti fa bendare lo sguardo a quello che c’è intorno, che comunque è sempre tanto e spesso è mirabile.
A me pare che oggi siamo chiamati a percepire più che a spacciare opinioni. E mi pare che la Terra ci chieda di essere guardata, ci chieda di non essere caricata come un asino.
Nel Salento più che altrove l’utopia meridiana può essere tagliata con lo scrupolo nordico (come avviene nella bella masseria che mi ha ospitato, gestita da una coppia del nord). Il sud non si salva assolvendosi, ribaltando cioè la sua antica vena vittimistica che ha ricevuto un notevole impulso dalla vicende funeste che portarono all’unità d’Italia. Abbiamo bisogno di guardare come siamo, abbiamo bisogno di congedarci dalla modernità incivile con cui abbiamo rottamato la civiltà contadina. È un bisogno che non deve riportare indietro il nostro sguardo, ma avanti. In fondo c’è una sola sagra che va bene per ogni luogo, la sagra del futuro.

(da il Paese nuovo - pag 19 di giovedì 24 maggio)