lunedì 26 novembre 2012
Con lo sguardo di Tina
di Santa Scioscio
Un pomeriggio ho fatto visita a Tina: Tina Modotti. Ho consegnato l’aria piena della città alla città - prima di entrare nel corridoio del Cineporto alle Manifatture Knos di Lecce - non valeva la pena portarsi dietro il peso dei suoi intrecci, i suoni, le luci , il suo umido impastato...
Andavo incontro alla Storia e in essa, alla storia di una donna. Tutte e due, ricche della bellezza asciutta di un tempo che fu denso di esperienze e di significazioni.
Il racconto che mi aspetta è quello fotografato dalla Modotti in Messico, negli anni fra il 1924 e il 1930. Storia nota e amata: femminilità, presenza, passione nella lotta, uomini e donne nel coraggio dell’osare rivoluzionario..
Lotta fatta e vissuta da Tina con la presenza politica e anche con lo “strumento” della fotografia.
***
L’imbarazzo del primo impatto, varcata la soglia, è commovente. Essere ad un palmo dal guardare dell’autrice, sentirsi nel suo obiettivo, contemplare ciò che è stato del suo occhio, della sua mano, della sua mente, del suo corpo.
I suoni che accolgono provengono da un precedente momento della vita di Tina: quello della recitazione. Accompagnano gli anni in cui è interprete, bellezza teatrale della nuova arte cinematografica o protagonista familiare in alcuni scatti fotografici da altri eseguiti.
Le fotografie, esposte in un corri sguardo lento e riflessivo, promettono una densità che detta la “didascalia”. É in queste, che Tina diventa autrice di visioni, scegliendo il mezzo fotografico per fare realtà e partecipazione, per dire dell’infausto e della incitante svolta sociale.
La suggestione dell’autrice posso immediatamente sentirla nella “sperimentazione di forme similari”. Si agita il mio respiro. Da qui ho inizio... l’ombra e il nero formano l’occhio attento di me osservatore. Mastico con gli occhi il quotidiano di quegli anni, e faccio incetta di tutto il bianco fra il nero e del nero fra il bianco per andare nella forma dell’obiettivo e respirarne l’atto che induce allo scatto, a quell’osservare e fermare la consapevole forma di concetti.
Evidenti significati attraversano con linearità la bellezza cruda, quella emblematica, e non fine a se stessa. E ne riconosco la sete di vedere, di documentare, di fare udienza agli oggetti comuni dalla pietra alla musica della libertà, dalla pannocchia agli stracci, alle mani impastate di risorse.
Ne riconosco il crepuscolo sovversivo.
Non basta guardare. La dimensione che queste immagini suscitano invita ad accarezzare quei volti e i bei capelli, a toccare le gonnellone e l’orgoglioso sombrero dei contadini, a schioccare le corde del burattinaio, ad entrare fra la folla partecipata nella comune lotta, assistere al pindarico scatto dell’ombra del volo di fili del telegrafo, a fare la riga alle chiome di donna.
Non basta guardare. Gli scatti concedono di far silenzio nel giorno faticoso della rivoluzione sanguinosa. Concedono far l'inchino alla forma brulla, alla folla che crede alla gratitudine.
Sento lo sguardo di Tina dove l’occhio è primordio di concetto.
Cosa mai può essere un fiore in un obiettivo che misura armonia, bellezza, qualità di natura nella fortuna del giorno?
Cosa mai può dire l’espressione serena, nella morbida guancia, su di un letto di morte di un assassinato... appagata beltà esiliata?
Calle due, rose di più, mani di più, occhi di più ancora, chitarre, massi, animali, bambini, uomini e donne, fili della scienza e fili per muovere burattini. Comizi e mercati.
Il costruire, nell’allattatrice e nell’operaio come nei fili del burattinaio.
E, il futuro, nella falce e martello come nella donna di Tehuantepec.
Nostalgia a piedi nudi, tenace desolazione, speranza nella passeggiata di una bandiera femmina, ricchezza della fatica, fiducia povera dell’emarginato, lavoro e orgoglio di esserci per fare il nuovo solidale. I pochi anni di vita di Tina Modotti non mi bastano, a me torno. Oggi è ieri, quello della donna fatta gonna. Oggi è ieri, quello del richiamo alla rivoluzione sempre è. Nello stesso bianco e nero consegno la mia complicità al suo sguardo.
sabato 17 novembre 2012
Dal Cine-luogo - Storia di cinema nel Salento
di Cristian Sabatelli
ad illustrare la pagina de il paese nuovo dedicata al racconto
ad illustrare la pagina de il paese nuovo dedicata al racconto
Il nostro racconto parte con un uomo, (C) che entra in un locale, un locale tutto bianco e morbido, un luogo che ricorda un bar, più precisamente il Korova Milk Bar, quello dei drughi di Arancia Meccanica, ma non è un bar, degli stands espongono delle foto, tratte chiaramente da film, è un luogo di cinema.
Il nostro uomo è lì per cercare lavoro, è appassionato di video e da “indipendente”, sbarca il lunario da più di 10 anni lavorando come operatore e montatore, per svariate società di livello nazionale.
Come è abituato a fare invia Curriculum a destra e a manca, si aggiorna sulle produzioni che vengono a girare i film in zona, e si propone, come autore di “making of”, o “Dietro le quinte”, il “Backstage” per dirla semplice.
E’ il 10 di Ottobre del 2011, all’interno del “Cine-luogo” è in corso il casting per un film di fiction, per una importante società di produzioni, si gira una storia italiana, che racconta di avvenimenti in un epoca dura, un epoca di passioni e scontri, di fascisti e di uomini di ferro.
In maniera un po’ disillusa consegna il Curriculum a (S) Coordinator di Produzione.
Intanto sta lavorando su un documentario, una storia sociale, di uomini, donne e palloni, è in fase di montaggio, ed essendo un documentario autoprodotto ci si mette nei periodi “vuoti”, quando lavoro pagato ce n’è poco.
Non è un gran periodo, ma il nostro uomo ha gusti semplici, ciò che lo riempie di più è lo sguardo della sua famiglia, di sua figlia, e di sua moglie, incinta.
La mattina del 24 Ottobre squilla il cellulare, a quanto pare il riscontro positivo dell'analisi delle referenze ha fatto si che (C) fosse richiamato dai responsabili (S) per riferire che la società in questione aveva bisogno di un backstage.
Si lavora, finalmente.
Così, l'appuntamento viene fissato sul set, a Nardò (LE), la stessa mattina.
Una terza figura entra in scena, (L) in qualità di organizzatrice generale, con la quale, dopo una contrattazione degna del miglior mercato rionale, da 1000 € proposti fissano il compenso per la realizzazione del backstage in 2500 €.
Comincia il film.
Sul set incontra vecchie conoscenze, macchinisti, elettricisti, responsabili comparse, e giù a salutarsi, ad abbracciarsi, nel cinema è così, ci si incontra sui set, si lavora insieme, ci si diverte , ci si ama, ma finito il film ognuno per sé e dio per tutti.
Inoltre è importantissimo mantenere una linea comportamentale “positiva”, perché le difficoltà (tante) che ci possono essere in un film devono essere risolte, subito, e con il sorriso, e a (C) non manca.
Sul set, il nostro (C) continua a lavorare, entusiasta, comunicando alla produzione via mail sia le difficoltà che le belle scene “portate a casa”.
Il dietro le quinte è sempre bello da raccontare, svela un po’ i trucchi del cinema, racconta degli attori che sbagliano, ridono, piangono, racconta di quei personaggi che in posizioni degne del miglior Houdini reggono pannelli di polistirolo sperando che la propria testa non sia nell’inquadratura. Sono i preferiti di (C).
Intanto con un ritmo costante sollecita alla produzione la firma del contratto da lui stesso posto via email all'attenzione di (L) ma viene continuamente rimandato.
Così (C) si rivolge direttamente agli uffici di produzione, a Roma, parlando con il presidente d'azienda responsabile, il dottor (S), il quale indica come referente di (C), il signor (M), responsabile di edizione della società, per tutto ciò che riguarda il backstage, e la sig.na (MH) come referente per i contatti con gli attori.
Il lavoro va avanti, (MH) scende a Lecce, insieme a (C) girano le interviste e così passa Novembre, le richieste di (C) sulla firma del contratto risultano essere innumerevoli, senza alcun esito.
Così, alla fine delle riprese (16 dicembre) viene consegnato a (C) un assegno di 500 euro di cui rilascia fattura come acconto per la realizzazione del backstage, tuttavia senza ancora aver firmato alcun contratto che potesse testimoniare gli accordi presi in precedenza con la produzione.
Passa Natale e comincia il montaggio.
Il giorno 27 gennaio 2012 (C), via web, invia la sua versione definitiva del Backstage, il FINECUT in gergo cinematografico, aspettando il commento da parte dell'azienda interessata, per apportare eventuali modifiche e soddisfare le esigenze di produzione, come è sempre stato abituato a fare.
La data di consegna definitiva del Backstage è prevista per il 10 Febbraio come da Piano di Edizione inviato da (M) a (C).
I giorni passano, ma del commento non si hanno notizie, la Produzione latita, non risponde,
il 31 gennaio finalmente una piccola svolta, arriva via mail il buon commento di (M), che ufficialmente pone le sue note: “Metti un po’ più di immagini di quell’attrice, il suo ruolo lo esige, per il resto secondo me è un buon lavoro”, ma rimanda il commento definitivo al Dottor (S).
Qualche giorno dopo squilla il cellulare, (M) si è dimesso, tirato fuori dal progetto, motivi personali, dice.
Il referente cambia nella persona di (MH).
A questo punto, dietro incessanti richieste per ottenere il commento (C) chiama (MH) e parla con il Dottor (S), il responsabile dell'azienda, che pretende tutto il materiale girato prima di rilasciare un commento definitivo.
Basta, (C) perde la pazienza, e a sua volta pretende di avere il contratto prima di consegnare tutto il materiale. Viene minacciato telefonicamente dal Dottor (S), in maniera pesante, al telefono si sente la parola “estorsione”.
La telefonata si conclude con toni grossi, e (C) propone di risolvere la diatriba a Roma, presso gli uffici dell'azienda, consegnando il materiale e ricevendo “contestualmente” il pagamento per il lavoro svolto.
Il 14 Febbraio 2012 (C) è a Roma, il 15 cena insieme ai suoi amici, non nascondendo la vicenda, anzi ne parla chiaramente con (D) che cerca di abbassare la tensione, incoraggiando (C) che tutto si sarebbe risolto per il meglio.
Alle 22.00 circa squilla il cellulare, è (L), organizzatrice generale, che propone a (C) un rimborso spese/viaggio/extra di 500 €.
(C) accetta, e si tranquillizza.
E sbaglia.
Il giorno 16 febbraio 2012, è mattina e (C) si reca nella sede della società a Roma, ed in presenza di un gran numero di personale della produzione, (C) consegna fattura più hard disk con tutto il materiale (riprese e montaggio), firma una liberatoria riguardo il materiale (non controfirmata dall'azienda) ricevendo una ricevuta di bonifico online di Intesa Sanpaolo di 2500 € , direttamente dalle mani dell'organizzatrice generale, l'ormai storica (L).
Tornato a Lecce, il primo passo è presso la banca Intesa SanPaolo per verificare l'avvenuto accredito, ma presentando la ricevuta consegnatagli da (L) , la realtà viene fuori, la filiale in questione è inesistente, il numero di transazione online falso, ed il numero di conto corrente aziendale non corrispondente con il reale, insomma, un documento falsificato ad arte, roba da Photoshop.
Ora, tutta questa storia è chiaro che non si potrà mai dimostrare legalmente, perché
suddetta ricevuta non è firmata da nessun componente della società.
Ma (C) telefona (L) e chiede spiegazioni riguardo quella ricevuta consegnatagli, (L) risponde che non ne sa niente, che “quelle son ricevute che si auto-generano quando fai un bonifico online”.
E NULLA PIU’.
(C) però ha registrato la telefonata.
Dopo il danno, arriva anche la beffa, (C) è fregato, ma la società gli invia un telegramma pretendendo tutto il materiale del backstage ! Che gli è già stato consegnato. (!)
Mossa strana, roba da avvocati questa. Così (C) risponde, sempre via telegramma di aver già consegnato il materiale personalmente a Roma, in presenza di testimoni autorevoli, quali il montatore della fiction stessa, e di essere pronto a riconsegnare nuova copia purchè dietro reale pagamento del compenso pattuito.
Poi il nulla.
Il legale di (C) contatta il legale del Dottor (S) ma dopo una prima telefonata anche questo sparisce nel nulla, non risponde alle mail né al telefono.
In seguito C. viene a conoscenza che anche (MH) la segretaria, ha abbandonato la nave di truffa perché non sopportava più l'idea di raggirare la gente e in questo caso (C).
A Maggio nasce il secondo figlio, ed ancora oggi (C) insegue il suo compenso, fra avvocati e sindacalisti.
“Ora io mi trovo con un foglio che è carta straccia, non ho una sola firma d'azienda che confermi gli accordi presi, dopo aver consegnato il lavoro senza essere stato pagato e con una copia di tutto il materiale sul mio computer. (Tutto il materiale girato, fotografie sul set, progetto di montaggio in varie fasi di elaborazione)”. E continua: “ Sono avvilito, schifato, depresso, incazzato”.
Doveroso da parte nostra inserire per esteso l'ultimo significativo sfogo di (C) per far luce su questioni che inesorabilmente non hanno né la prima né l'ultima vittima da illudere.
lunedì 5 novembre 2012
In cerca del popolo leccese
Cerco il popolo leccese e mi accorgo che non c'è. Si maschera, fa finta d'essere altro. Lo fa da così tanto tempo che s'è dimenticato d'essere popolo con un sua dignità di popolo.
Dove lo posso andare a sentire? A contattare?
Nei racconti di mia madre il popolo c'era. Tenuto nelle mura della citta, nel chiasso dei ragazzi per strada. Il nonno, suo padre, lavorava al mulino. Era dalle parte del Parlangeli d'adesso.
Era campagna lì, tutta campagna fino a perdersi...
E campagna era tutt'intorno alla città e tutt’intorno ai buchi della cave, che certo popolo ne hanno accolto nei tempi remoti del farsi della città barocca... E i cantieri degli scalpellini? Da chi erano abitati? Dov’è quella storia? Dove sono quelle storie?
C'è una foto - la ricordo chiusa in un lungo rettangolo - in una panoramica mostrava quello che adesso è il Viale degli Studenti. Si vede una sterrata segnata dai pini, da una parte la città dall'altra campagna, campagna a perdersi... ancora campagna.
Qualche domenica fa passeggiando, ho visitato il Parco di Belloluogo, e... quella che era la campagna d'un tempo m'è apparsa... L'ho intravista, ho potuto immaginare com'era la campagna degli orti.
Questo lasciano presagire gli impianti di irrigazione che scorgi, il sistema dei pozzi e delle vasche di raccolta... Ho immaginato un antenato tante volte narrato a noi bambini, "facìa lu sciardenieri", faceva il giardiniere, teneva un orto in fondo alla via per Taranto, e lì lo ammazzarono per questioni di verdure...
Cerco, e ancora un ricordo viene, il mercato del lunedì in Piazza Sant'Oronzo nell’“antico” Novecento era agricolo, di semenze e di mano d'opera, c'erano braccianti in cerca di lavoro allora, era popolo quello... Poi c'erano le fabbriche. Quelle del tabacco - lì il popolo era di donne e quante... se guardiamo ancora adesso abitano la città quelle fabbriche, in abbandono se non trasformate in qualcos'altro, come quella di là dal ponte di San Cesario che ospita un ristorante... Cose/case di popolo, l’illustre assente di questi giorni... Da tanti giorni...
Quel popolo vorrei rintracciare.
E per far questo, faccio appello ai lettori, agli affezionati di queste pagine.
A loro mi rivolgo per cucire storie, quante più possibile, storie di uomini e di donne e storie di lavoro.
Cose di prima... Prima che la città terziaria fagocitasse ogni esperienza cancellando la memoria di quella che una volta si chiamava Stalingrado... Dell’assalto alla Prefettura, del processo fascista ai comunisti leccesi... e di chissà quant’altro...
Dove lo posso andare a sentire? A contattare?
Nei racconti di mia madre il popolo c'era. Tenuto nelle mura della citta, nel chiasso dei ragazzi per strada. Il nonno, suo padre, lavorava al mulino. Era dalle parte del Parlangeli d'adesso.
Era campagna lì, tutta campagna fino a perdersi...
E campagna era tutt'intorno alla città e tutt’intorno ai buchi della cave, che certo popolo ne hanno accolto nei tempi remoti del farsi della città barocca... E i cantieri degli scalpellini? Da chi erano abitati? Dov’è quella storia? Dove sono quelle storie?
C'è una foto - la ricordo chiusa in un lungo rettangolo - in una panoramica mostrava quello che adesso è il Viale degli Studenti. Si vede una sterrata segnata dai pini, da una parte la città dall'altra campagna, campagna a perdersi... ancora campagna.
Qualche domenica fa passeggiando, ho visitato il Parco di Belloluogo, e... quella che era la campagna d'un tempo m'è apparsa... L'ho intravista, ho potuto immaginare com'era la campagna degli orti.
Questo lasciano presagire gli impianti di irrigazione che scorgi, il sistema dei pozzi e delle vasche di raccolta... Ho immaginato un antenato tante volte narrato a noi bambini, "facìa lu sciardenieri", faceva il giardiniere, teneva un orto in fondo alla via per Taranto, e lì lo ammazzarono per questioni di verdure...
Cerco, e ancora un ricordo viene, il mercato del lunedì in Piazza Sant'Oronzo nell’“antico” Novecento era agricolo, di semenze e di mano d'opera, c'erano braccianti in cerca di lavoro allora, era popolo quello... Poi c'erano le fabbriche. Quelle del tabacco - lì il popolo era di donne e quante... se guardiamo ancora adesso abitano la città quelle fabbriche, in abbandono se non trasformate in qualcos'altro, come quella di là dal ponte di San Cesario che ospita un ristorante... Cose/case di popolo, l’illustre assente di questi giorni... Da tanti giorni...
Quel popolo vorrei rintracciare.
E per far questo, faccio appello ai lettori, agli affezionati di queste pagine.
A loro mi rivolgo per cucire storie, quante più possibile, storie di uomini e di donne e storie di lavoro.
Cose di prima... Prima che la città terziaria fagocitasse ogni esperienza cancellando la memoria di quella che una volta si chiamava Stalingrado... Dell’assalto alla Prefettura, del processo fascista ai comunisti leccesi... e di chissà quant’altro...
sabato 27 ottobre 2012
Esecuzioni - Duo d'assoli
Due nell'acquario del Novecento
Mauro Marino
Il danzerino e la danzerina, nell'acquario del Novecento, corrono, s'inseguono, si sfiorano, fanno clamori, pianto, offrono il proprio corpo: "Tho! Tho!, Tho!", ogni tanto dicono. Prendi, prendete, son pezzi di corpo e il corpo quasi mai corre sul filo della logica, sempre sfugge, rompe, smargina.... Astrae. Mai si guardano il danzerino e la danzerina, pesci nel liquido amniotico della memoria: sanno, confondono il sapere, la conoscenza assorbita, vissuta. Ciò che sono.
Il Novecento, di quella carne loro sono. Ce lo dicono gli abiti che indossano, il lampadario che illumina, certi gesti, le malinconie soffuse, l'eco dei maestri, la lite che il pesce femmina accenna in apertura, il piccolo chiasso, le smorfie, i comandi per segnare i gesti... Il Novecento lo trovi, lo senti, lo vedi nella trama musicale dello spettacolo che, ad un ordito "sinfonico" (Arvo Pärt?), infila rumori di biccheri, di cavalli, di variazioni festaiole marchiate dalla fisarmonica, di pioggia sul finale, quasi a siglare l'irrimediabilità di un Epoca che nel suo umido muore... Corpi iconici quello del danzerino e della danzerina, pesci in un acquario dove il Tempo "conta", l'esercizio che se ne fa, conta, a fare l'Età, l'esperienza, il bisogno della dis-armonia lasciando che la nostalgia sia porto, partenza e approdo di narrazioni, di frame da donare, semplicemente donare a chi è di là dal "vetro"-sipario, nella vita!
(Su "Esecuzioni. Duo d'assoli" – di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Open dance – Cantieri Teatrali Koreja 26 ottobre 2012)
sabato 20 ottobre 2012
Kalimeriti
Sapete com'è Calimera? Una capitale! Così l'ho sempre percepita. Sarà per il nome che ha eco greca nel suo suonare... il buon giorno ad un intero territorio che abbiamo imparato a conoscere, specie in questi ultimi venti anni, come orgoglioso e capace di produrre una sua forte connotazione culturale; sarà per la natura propria dei suoi cittadini che, quell'orgoglio, quella particolarità, la interpretano quotidianamente con creatività e passione.
Il mito della Grecìa (quella con la “i” accentata) è nato (ri-nato) lì, a Calimera, intorno ad una pietra... già una pietra... La Stele, quella che da Atene giunse in dono a celebrare e a rendere indissolubile un legame che già aveva radici profonde.
Ad irrorarle quelle origini, a dare linfa ad un'energia sempre tesa nella "nostalgia", nella mancanza, nel desiderio del “tornare”.
Questione greca insomma... quella dell’erranza, del sentirsi nel mondo mediterraneo (nel Mondo) interpreti ed ospiti. In viaggio, insomma, pur avendo forte la casa... l’appartenenza!
***
Leggiamo: "La Stele, opera del IV sec. a.C., è stata generosamente donata da Atene a Calimera nel 1960. (Nel 1957, l'allora Sindaco di Calimera, Giannino Aprile, aveva indirizzato al Sindaco di Atene una lettera chiedendo un avanzo architettonico o, almeno, un sasso dell'Acropoli come simbolo della comune origine e di un'ideale continuità di rapporti).
E' di puro marmo attico e proviene dal Museo Nazionale di Atene. Reca incise le parole Patroclia di Proclide da Atmon, località presso Marussi, nei sobborghi di Atene, dove venne rinvenuta.
La Stele, di fattura perfetta, con un bassorilievo rappresentante il Saluto di Patroclia, è sormontata da una palmetta ed è ornata di fiori simboleggianti la serenità rassegnata della morte.
E' uno dei migliori esemplari di monumenti funebri conosciuti: per la sua perfetta armonia incanta chi la guarda anche se il bassorilievo centrale è un po’ corroso dal tempo e il fusto, rotto trasversalmente, è saldato.
E' sistemata nei Giardini Pubblici in una edicola in pietra viva di Soleto".
***
Ecco, quella, la Stele, "La Pietra della Memoria" sarà al centro di una riflessione, promossa dal gruppo che si incontra intorno al profilo Facebook "Kalimeriti", l'appuntamento, il prossimo martedì 30 ottobre, alle 19.30, al Nuovo Cinema Elio.
Parteciperanno lo scrittore Rocco Aprile, lo scultore Alfredo Calabrese, Renato Colaci del gruppo “Kalimeriti”, l'operatore culturale Luigi Garrisi, l'esperta di restauro Sofia Giammaruco, l'attore e ricercatore Brizio Montinaro, l'archeologa del Museo Provinciale Annalucia Tempesta, l'assessore alla cultura di Calimera Leo Palumbo e Luigino Sergio presidente dell'Unione dei comuni della Grecìa Salentina
Nella serata la musica e le voci di: Ghetonia, Malagapi, Raffaella Aprile, Antonio Castrignanò, Ninfa Giannuzzi, Emanuele Licci, Andrea Tommasi.
***
L’idea è quella di un restauro della Stele, di un ragionamento intorno ad essa, intessendo testimonianze, ricordi, proposte... Una serata da non perdere, conoscendoli quei kalimeriti certo offriranno sorprese...
Il mito della Grecìa (quella con la “i” accentata) è nato (ri-nato) lì, a Calimera, intorno ad una pietra... già una pietra... La Stele, quella che da Atene giunse in dono a celebrare e a rendere indissolubile un legame che già aveva radici profonde.
Ad irrorarle quelle origini, a dare linfa ad un'energia sempre tesa nella "nostalgia", nella mancanza, nel desiderio del “tornare”.
Questione greca insomma... quella dell’erranza, del sentirsi nel mondo mediterraneo (nel Mondo) interpreti ed ospiti. In viaggio, insomma, pur avendo forte la casa... l’appartenenza!
***
Leggiamo: "La Stele, opera del IV sec. a.C., è stata generosamente donata da Atene a Calimera nel 1960. (Nel 1957, l'allora Sindaco di Calimera, Giannino Aprile, aveva indirizzato al Sindaco di Atene una lettera chiedendo un avanzo architettonico o, almeno, un sasso dell'Acropoli come simbolo della comune origine e di un'ideale continuità di rapporti).
E' di puro marmo attico e proviene dal Museo Nazionale di Atene. Reca incise le parole Patroclia di Proclide da Atmon, località presso Marussi, nei sobborghi di Atene, dove venne rinvenuta.
La Stele, di fattura perfetta, con un bassorilievo rappresentante il Saluto di Patroclia, è sormontata da una palmetta ed è ornata di fiori simboleggianti la serenità rassegnata della morte.
E' uno dei migliori esemplari di monumenti funebri conosciuti: per la sua perfetta armonia incanta chi la guarda anche se il bassorilievo centrale è un po’ corroso dal tempo e il fusto, rotto trasversalmente, è saldato.
E' sistemata nei Giardini Pubblici in una edicola in pietra viva di Soleto".
***
Ecco, quella, la Stele, "La Pietra della Memoria" sarà al centro di una riflessione, promossa dal gruppo che si incontra intorno al profilo Facebook "Kalimeriti", l'appuntamento, il prossimo martedì 30 ottobre, alle 19.30, al Nuovo Cinema Elio.
Parteciperanno lo scrittore Rocco Aprile, lo scultore Alfredo Calabrese, Renato Colaci del gruppo “Kalimeriti”, l'operatore culturale Luigi Garrisi, l'esperta di restauro Sofia Giammaruco, l'attore e ricercatore Brizio Montinaro, l'archeologa del Museo Provinciale Annalucia Tempesta, l'assessore alla cultura di Calimera Leo Palumbo e Luigino Sergio presidente dell'Unione dei comuni della Grecìa Salentina
Nella serata la musica e le voci di: Ghetonia, Malagapi, Raffaella Aprile, Antonio Castrignanò, Ninfa Giannuzzi, Emanuele Licci, Andrea Tommasi.
***
L’idea è quella di un restauro della Stele, di un ragionamento intorno ad essa, intessendo testimonianze, ricordi, proposte... Una serata da non perdere, conoscendoli quei kalimeriti certo offriranno sorprese...
sabato 13 ottobre 2012
Radioflo con Post Office
C’è, nell’ascolto, la con-fusione dei sensi. Nell’abbandono, la sensualità del capire, del capirsi attraverso l’opera dell’altro che viene in dono nella forma che il miracolo creativo ha scelto.
Tu, l’opera e il tempo... Una singolarità...
Poi, ci sono i mediatori, i sensibili, capaci di farsi traduttori del loro sentire, di fare opera con l’opera degli altri. Un gioco di rimandi che cresce quel valore che tutti chiamiamo cultura, “succo”, essenza...
Di due sensibili-mediatori voglio raccontare... di due illuminati e degli alleati che si son scelti per far opera di divulgazione delle loro passioni culturali e dello stile che le traduce...
I libri, la scrittura, gli autori hanno un nuovo luogo: una casa, una scansia, un angolo dove poter scegliere di aprire pagine per far dono di senso, di emozioni, di significazioni. Una casa che entra nelle case... on line più che on air com’era per le ormai vecchie radio... ecco l’indirizzo: http:// www.radioflo.it/. Nel ricco palinsesto una nuova trasmissione, un programma che sperimenta con e intorno ai libri. si chiama “Post Office. Quando la Letteratura incontra ed intreccia sogni, ossessioni, riflessioni, attualità. Narrazioni, descrizioni, argomentazioni diluite e miscelate a suoni, rumori e note si diffonderanno dal pc per stuzzicare l'immaginazione, offrendo un'insolita compagnia”. Va in onda ogni mercoledì alle 20.00, in replica il lunedì alle 13 e la domenica alle 12.
La magia la tenta e la conduce Ilaria Pellegrino. La pozione che propone mischia il romanzo con la vita: “Vorrei che ognuno trovasse un po' di se stesso in ogni racconto. Finita la trasmissione vorrei che dicessero "spengo tutto e vado in libreria!". Non parlerò solo di grandi autori, ma proverò a creare una rete anche con gli autori locali”. La prima l’ha dedicata al “brivido” Bukowski, per rendere omaggio al libro che da il titolo al programma.
Con i libri, la musica. Quella, la cura Antonio Rosato, meglio conosciuto come Kumaro Gogollo, dj con esperienze berlinesi. “Lui è veramente bravo, - dice Ilaria Pellegrino - sempre in cerca della musica giusta pescando nell’underground, nell’elettronica nel "pop d'autore". Vorremmo fare così, rendere la "sua" musica e il mio "raccontare" interdipendenti, un unico fiume, un flusso emozionale, dove trovare rifugio, per lasciare l’ordinario e rilassarsi, per un paio d'ore”.
Rilassarsi... Ottima proposta! A che dovrebbe servire, se no, la cultura, quella delle sospensioni, quella densa di senso, quella che ti porta nell’immaginare avanti e indietro nelle malìe della conoscenza? A lasciare il Mondo; il suo travaglio, che solo nelle faciture dell’arte trova costrutto, forma, ordine... Altre alchimie di Ilaria Pellegrino le tenta in rete con la scrittura de Il Gazzettino dell'Assurdo su Blogspot... Ma di questo parleremo un’altra volta...
Tu, l’opera e il tempo... Una singolarità...
Poi, ci sono i mediatori, i sensibili, capaci di farsi traduttori del loro sentire, di fare opera con l’opera degli altri. Un gioco di rimandi che cresce quel valore che tutti chiamiamo cultura, “succo”, essenza...
Di due sensibili-mediatori voglio raccontare... di due illuminati e degli alleati che si son scelti per far opera di divulgazione delle loro passioni culturali e dello stile che le traduce...
I libri, la scrittura, gli autori hanno un nuovo luogo: una casa, una scansia, un angolo dove poter scegliere di aprire pagine per far dono di senso, di emozioni, di significazioni. Una casa che entra nelle case... on line più che on air com’era per le ormai vecchie radio... ecco l’indirizzo: http:// www.radioflo.it/. Nel ricco palinsesto una nuova trasmissione, un programma che sperimenta con e intorno ai libri. si chiama “Post Office. Quando la Letteratura incontra ed intreccia sogni, ossessioni, riflessioni, attualità. Narrazioni, descrizioni, argomentazioni diluite e miscelate a suoni, rumori e note si diffonderanno dal pc per stuzzicare l'immaginazione, offrendo un'insolita compagnia”. Va in onda ogni mercoledì alle 20.00, in replica il lunedì alle 13 e la domenica alle 12.
La magia la tenta e la conduce Ilaria Pellegrino. La pozione che propone mischia il romanzo con la vita: “Vorrei che ognuno trovasse un po' di se stesso in ogni racconto. Finita la trasmissione vorrei che dicessero "spengo tutto e vado in libreria!". Non parlerò solo di grandi autori, ma proverò a creare una rete anche con gli autori locali”. La prima l’ha dedicata al “brivido” Bukowski, per rendere omaggio al libro che da il titolo al programma.
Con i libri, la musica. Quella, la cura Antonio Rosato, meglio conosciuto come Kumaro Gogollo, dj con esperienze berlinesi. “Lui è veramente bravo, - dice Ilaria Pellegrino - sempre in cerca della musica giusta pescando nell’underground, nell’elettronica nel "pop d'autore". Vorremmo fare così, rendere la "sua" musica e il mio "raccontare" interdipendenti, un unico fiume, un flusso emozionale, dove trovare rifugio, per lasciare l’ordinario e rilassarsi, per un paio d'ore”.
Rilassarsi... Ottima proposta! A che dovrebbe servire, se no, la cultura, quella delle sospensioni, quella densa di senso, quella che ti porta nell’immaginare avanti e indietro nelle malìe della conoscenza? A lasciare il Mondo; il suo travaglio, che solo nelle faciture dell’arte trova costrutto, forma, ordine... Altre alchimie di Ilaria Pellegrino le tenta in rete con la scrittura de Il Gazzettino dell'Assurdo su Blogspot... Ma di questo parleremo un’altra volta...
venerdì 5 ottobre 2012
Daniela Liviello - Beatitudine dello scorrere
Viene da lontano la musica. Si confonde con il tempo: le ansie, i palpiti, il battere del cuore fanno la partituta, giocano le note, scrivono probabili melodie nel "ma" che inciampa...
Muove, continuamente muove la musica. Le parole fanno appiglio. Scavo lento alla pietra. La segnano ricordadogli quanto è lontana la prima volta... Daniela Liviello è di questa materia, parte di questo scavo. Le parole che usa dettano un modo, il modo, di stare al mondo facendosi acqua. Somigliandole noi , che siamo condannati allo stare. Al fermo di un corpo che il fluire lo impara sfidando il Tempo, con i travagli delle Età.
C'è tutto il Salento tenuto, in trentasette pagine nelle sue "Litanie d'acqua", raccolta di versi edita da Lieto Colle. Non il Salento del continuo onomastico della propaganda. No, non quello che vogliono farci credere esistere, il suo è quello custodito nell'istantanea del desiderio che, nell'Antico, conferma la sua natura sfugente... come il carattere volubile che conosciamo, quello nostro, mai fermo... la sua unicità tessuta di segreti, la geografia più che la storia: i colori, i paesaggi, le cose delle pietre e quelle tenute sotto le pietre. Cose di magia: "Aprirà il petto" – questa poesia – per farci "navigare in fondo" ... "dove si appronta la fessura"... da dove muovere "ogni giorno qualche passo". Quel "qualche" è la chiave, mentre ci vogliono far correre, e quanto, ci vogliono far correre... che l'affanno fa freno... Miracolo di freno!
Ci porta nei luoghi della nascita Daniela Liviello, lì, dove si spera la notte. Chè nel giorno, si sta stretti come nell'evidenza del nome. "L'ordine antico" detta "lo stato delle cose" e quella prigione siamo costretti a sperare per ripararci dall'illusione del presente.
Lei (con noi) è dell'inquietudine: quella dei poeti sempre accompagna, "alla pari, serva del giorno"... "Per questo" -scrive Daniela Liviello – "cerco sostanza, materia sottile che passi attraverso la porta stretta dei giorni. Cerco il metallo oscuro della notte da tramutare in oro". Beatitudine del cercare, dello stare a guardare... e dello scrivere... Della poesia che è filtro della vita.
Muove, continuamente muove la musica. Le parole fanno appiglio. Scavo lento alla pietra. La segnano ricordadogli quanto è lontana la prima volta... Daniela Liviello è di questa materia, parte di questo scavo. Le parole che usa dettano un modo, il modo, di stare al mondo facendosi acqua. Somigliandole noi , che siamo condannati allo stare. Al fermo di un corpo che il fluire lo impara sfidando il Tempo, con i travagli delle Età.
C'è tutto il Salento tenuto, in trentasette pagine nelle sue "Litanie d'acqua", raccolta di versi edita da Lieto Colle. Non il Salento del continuo onomastico della propaganda. No, non quello che vogliono farci credere esistere, il suo è quello custodito nell'istantanea del desiderio che, nell'Antico, conferma la sua natura sfugente... come il carattere volubile che conosciamo, quello nostro, mai fermo... la sua unicità tessuta di segreti, la geografia più che la storia: i colori, i paesaggi, le cose delle pietre e quelle tenute sotto le pietre. Cose di magia: "Aprirà il petto" – questa poesia – per farci "navigare in fondo" ... "dove si appronta la fessura"... da dove muovere "ogni giorno qualche passo". Quel "qualche" è la chiave, mentre ci vogliono far correre, e quanto, ci vogliono far correre... che l'affanno fa freno... Miracolo di freno!
Ci porta nei luoghi della nascita Daniela Liviello, lì, dove si spera la notte. Chè nel giorno, si sta stretti come nell'evidenza del nome. "L'ordine antico" detta "lo stato delle cose" e quella prigione siamo costretti a sperare per ripararci dall'illusione del presente.
Lei (con noi) è dell'inquietudine: quella dei poeti sempre accompagna, "alla pari, serva del giorno"... "Per questo" -scrive Daniela Liviello – "cerco sostanza, materia sottile che passi attraverso la porta stretta dei giorni. Cerco il metallo oscuro della notte da tramutare in oro". Beatitudine del cercare, dello stare a guardare... e dello scrivere... Della poesia che è filtro della vita.
Iscriviti a:
Post (Atom)

