sabato 10 marzo 2012
Salomè Bene
Il Salento ha una nuova cittadina! Non so quanti anni abbia Salomè Bene, certo il debutto in società le sarà toccato, ma quello di Otranto, per la mostra che cura insieme a sua madre, Raffaela Baracchi, è certo per noi più importante, segna un "ritorno" e finalmente un passo nuovo nell’"usurata" relazione tra il territorio e il suo Genio sempre strattonato da beghe e questioni che in fondo a Lui non interessano più. È Lui che torna attraverso sua figlia ed è importante che la testimone sia una donna, che la testimone sia lei, proprio lei. Come fare altrimenti a calibrare uno sguardo di cura? La figura di Carmelo oggi chiama affetto, accudimento sincero, frontale, senza fronzoli retorici, senza piagnistei. Oggi certo sorriderebbe a veder le Sue cose mosse da quelle mani, sistemate e rimirate nella “posa” del nuovo offrirsi al pubblico. Certo sarebbe orgoglioso e felice, sì felice. Adesso sì! Nella pausa del Tempo...
giovedì 8 marzo 2012
Non c'è odore di mimose
Un otto marzo denso, quello di ieri, solo lo sfondo lasciato alle mimose, sul davanti a spintoni la cronaca. Quella politica con la battuta di Monti sul possibile "allargamento" dello spread tra i partiti che lo sostengono... nessuno ha riso... Poi, il salto indietro della memoria: via d'Amelio, 19 luglio 1992, la strage che abbattè "il muro" Paolo Borsellino - un'operazione militare, come quella che qualche mese prima il 23 maggio, aveva provveduto a rimuovere l'altro muro: Giovanni Falcone - ecco, ci informano che era ritenuto un'ostacolo per la "desiderata" trattativa tra la Mafia e lo Stato. Erano i tempi in cui era maturata la grande evoluzione antropologica dei mafiosi che da un pò avevano smesso la coppola trasformandosi in capaci uomini d'affari, in finanzieri accorti senza però perdere il vizio criminale., quello che oggi pare un “di più”, per quelli capaci che, in verde, siedono dove devono sedere! Poi in serata la morte del tecnico italiano rapito in Nigeria. Faccio silenzio, viene odore di mimose...
Lecce allo specchio
Ogni città “è” perchè è riconoscibile. Un'identità fatta di strati, di incroci, di voci. Sedimentazioni che trovano nel "costruire" la forma che esalta e conserva la pluralità dell'uno, del nome che unisce. Cos’è Lecce? In cosa si “specchia”? Nella Colonna del Santo, nell’Anfiteatro, in Santa Croce?
Qual'è il segno che ci aiuta a riconoscere la nostra città? Dove ci specchiamo, certi di riconoscerci, certi di sapere la matrice, la storia, l'impasto che ci dà carne? Una domanda che certo troverà molte risposte. Ma ho un alleato per tentare di capirlo, un libro: "La colonna e la città" dell'architetto-cercatore Andrea Mantovano. Uno scrigno d'immagini e di notizie che fa capogiro, tali e tanti sono i rimandi che accoglie nel "tentare" una "geografia" del "linguaggio architettonico e dello spazio urbano nel barocco di Terra d'Otranto". Ecco che, sfogliando le pagine - curate nell'edizione da "Esperidi" di Claudio Martino e Roberta Marra - di colpo Lecce perde la sua centralità e deflagra. Perde il “nome”, quasi: siamo tante cose noi, siamo di tante sintesi.
Più di tutto colpisce l'accorgersi che siamo frutto di un "ragionamento".
Almeno, lo siamo stati nel crescere urbanistico dell'antica città e, ciò che ci è potuto apparire anarchico - lasciato alla maestria di quegli scalpellini visionari che chissà per quanto tempo hanno "suonato" la pietra nei vicoli della città per erigere le fabbriche di palazzi, chiese e conventi - oggi, dopo la lettura di questo bel volume ricco di un notevolissimo apparato iconico, non lo è più.
Notevole è il capitolo che racconta il "cuore sacro" della città tirando linee e segnando "geometrie" in Piazza Duomo.
Bisogna farsi viandanti per fare inciampo nei sincretismi e viaggiatori anche, per tener desta la traccia. L'autore ci accompagna di pagina in pagina, in visita, offrendoci segni comuni e di comune costruire... Il pretesto è la colonna, anzi il tema della colonna angolare, lo spigolo urbano, "motivo" che ci porta - se abbiamo l'ardire di perderci - a toccare diverse aree della cultura urbana del mediterraneo, ma non solo di quella. Mantovano, cucendo suggestioni, immagini e architetture tende il filo della comparazione e viaggia, in equilibrio cucendo assonanze, rimbombi, echi che danno suono alle culture che la Storia ha accompagnato nel nostro Mondo. La Terra d'Otanto è stata Mondo: capiente contenitore... Ed ecco che... è nella seconda metà del Cinquecento che la Terra di Mezzo si sveglia alle suggestioni venete e quella che conosciamo come Piazza Sant'Oronzo, era piena di stemmi e delle "scordate" "capande" per le botteghe.
Ah! Che piacere immaginare, che vita era? Chissà... ma l'opera svela e il viaggio segue col naso all'insù nelle vie, nei vicoli del nostro Salento e, ogni pietra parla, già parla... Andrea Mantovano per noi, "traduce".
Qual'è il segno che ci aiuta a riconoscere la nostra città? Dove ci specchiamo, certi di riconoscerci, certi di sapere la matrice, la storia, l'impasto che ci dà carne? Una domanda che certo troverà molte risposte. Ma ho un alleato per tentare di capirlo, un libro: "La colonna e la città" dell'architetto-cercatore Andrea Mantovano. Uno scrigno d'immagini e di notizie che fa capogiro, tali e tanti sono i rimandi che accoglie nel "tentare" una "geografia" del "linguaggio architettonico e dello spazio urbano nel barocco di Terra d'Otranto". Ecco che, sfogliando le pagine - curate nell'edizione da "Esperidi" di Claudio Martino e Roberta Marra - di colpo Lecce perde la sua centralità e deflagra. Perde il “nome”, quasi: siamo tante cose noi, siamo di tante sintesi.
Più di tutto colpisce l'accorgersi che siamo frutto di un "ragionamento".
Almeno, lo siamo stati nel crescere urbanistico dell'antica città e, ciò che ci è potuto apparire anarchico - lasciato alla maestria di quegli scalpellini visionari che chissà per quanto tempo hanno "suonato" la pietra nei vicoli della città per erigere le fabbriche di palazzi, chiese e conventi - oggi, dopo la lettura di questo bel volume ricco di un notevolissimo apparato iconico, non lo è più.
Notevole è il capitolo che racconta il "cuore sacro" della città tirando linee e segnando "geometrie" in Piazza Duomo.
Bisogna farsi viandanti per fare inciampo nei sincretismi e viaggiatori anche, per tener desta la traccia. L'autore ci accompagna di pagina in pagina, in visita, offrendoci segni comuni e di comune costruire... Il pretesto è la colonna, anzi il tema della colonna angolare, lo spigolo urbano, "motivo" che ci porta - se abbiamo l'ardire di perderci - a toccare diverse aree della cultura urbana del mediterraneo, ma non solo di quella. Mantovano, cucendo suggestioni, immagini e architetture tende il filo della comparazione e viaggia, in equilibrio cucendo assonanze, rimbombi, echi che danno suono alle culture che la Storia ha accompagnato nel nostro Mondo. La Terra d'Otanto è stata Mondo: capiente contenitore... Ed ecco che... è nella seconda metà del Cinquecento che la Terra di Mezzo si sveglia alle suggestioni venete e quella che conosciamo come Piazza Sant'Oronzo, era piena di stemmi e delle "scordate" "capande" per le botteghe.
Ah! Che piacere immaginare, che vita era? Chissà... ma l'opera svela e il viaggio segue col naso all'insù nelle vie, nei vicoli del nostro Salento e, ogni pietra parla, già parla... Andrea Mantovano per noi, "traduce".
martedì 6 marzo 2012
Di Carmen e dei gelsomini
C'è Carmen al Politema Greco, storia d'amore e morte. Il regista Carlo Antonio De Lucia ci dice che «Carmen rappresenta l'archetipo della predominanza o del tentativo costante di predominanza di un sesso sull'altro». E Carmen mischia pensieri con l'Otto marzo di domani. Il femminile, la forza delle donne tra dramma e rivelazione, questo viviamo ogni giorno, questo la cronaca detta. Avevamo sperato, lo scorso anno, che l'energia delle donne del Sud del Mondo venisse a cambiare il nostro Mondo, venisse con l'odore dei gelsomini e delle "rivoluzioni" che accesero di speranza il Mediterraneo. Così non è stato, è venuta la "Crisi" a coprire ogni speranza e il potere del denaro e di chi lo detiene quel "misterico" potere ha fatto sì che il silenzio calasse sul desiderio di libertà. La violenza è tornata ad essere senza speranza. E noi in silenzio! Essere solo spettatori?
lunedì 5 marzo 2012
Sponziello, la ballerina e la milonga del Pd
Auguri Sponziello, auguri ai 100 anni dell'avvocato Pietro, condottiero missino del "fortino" di via Andrea Vignes, storica sede del partito della fiamma a Lecce. Uno tosto, con l'altro avvocato, Clemente Manco, nei Sessanta-Settanta della politica della coerenza, del "credo" e del "me ne frego" – faceva gara di eloquio di fronte alla "piazza nero-tricolore" tra Lecce e Brindisi. Anni di baruffe e di comizi incandescenti che nulla hanno a che fare con i salamelecchi di oggi, le "lingue" e gli strusciamenti che mischiano i confini tanto che tutti paiono possibili amanti, l'uno dell'altro, persi tra "ti voglio" e tradimenti. Chissà che pensa il vecchio missino della sua pupilla Poli Bortone che da adulta ha preso a fare la "ballerina". Bha!, fatti loro. Una cosa mi rode dopo gli ultimi fidanzamenti: ma quelli che da via Tasso, ipotizavano la "milonga" con l'Udc e anche, se il caso con la "donna del Sud" perchè stanno ancora lì, seduti, a far comando nel Partito democratico? Non hanno perso? A mio parere sì! Hanno già perso...
sabato 3 marzo 2012
Prove di sorrisi
Mi distraggo dalla politica, mi stanca il battibeccare, la tecnica del rimpallo giocata nelle conferenze stampa. Il balletto delle posizioni non lo sopporto, è questione di natura e la politica l'ho sempre interpretata come valore di coerenza. L'aplomb e il falso perbenismo poi, mi fan sorridere - per non dir peggio - soltanto facciata (fragile peraltro, che la città è piccola e mormora...) facciata che si traduce nel privato in versi e parolacce irripetibili, rivolte all'altro-altra. Ne ho goduti di teatrini di “bassa lingua” nel passato per saper bene che esistono e resistono nei retrobottega (e non solo) delle segreterie e dei comitati elettorali che spunteranno come funghi nel prossimo tempo a sanar la crisi dei locali in fitto. Almeno serve a qualcosa la campagna elettorale. Si odiano quelli, appesi sui muri e se non si odiano certo non s'amano. La loro arte è far finta... condannati a far prove di sorrisi...
giovedì 1 marzo 2012
Lucio cantò
Non so che anno era, forse il 1975. Un tempo di crisi e di travagli anche quello, come ora. Solo che a quei tempi il Salento non era il Salento di cui ora con vanità ci pregiamo. No, allora il Salento era sconosciuto ai più, ma non risentito, separato, isolato. Non lo è mai stato, aveva il suo tempo, certo, le sue andature ma prese nel Tempo più grande... era operaio allora, il Salento. C'era il movimento nelle scuole, nell'Università, c'era la Sinistra extraparlamentare che abitava nei vicoli della città e il barocco era solo un decoro senza retorica. Si occupavano le case e le fabbriche, capitava. In una di queste, a Nardò, (forse una camiceria del ricco Memmo), in un tardo pomeriggio di autunno-inverno, arrivò Lucio. Dalla dico, proprio lui, il poeta cantante. Arrivo da solo, in macchina, con una chitarra, aveva un gran basco nero. Si mise su una sedia issata su un palchetto e cantò. Già, canto!
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