martedì 29 maggio 2012
Terremoto
San Felice sul Panaro
Francesca Speranza mi manda un sms: "Vuoi delle immagini dal terremoto?". Lei è "esule" a Mantova, nomade con le sue macchine fotografiche e con la sua passione. Le dico di sì, mi ha inviato un pò di "geipeg". La prossimità del suo sguardo mi fa guardar meglio in ciò che non vorrei dover guardare. E allora, vedere quei mattoni rossi venuti giù fa impressione. Tante volte camminado per le strade della sempre decorosa Emilia mi sono interrogato su quei mattoni, su quei piccoli parallelepipedi di terracotta, un fare antico che ha saputo attraversare la storia. Diversi dai nostri tufi. Materia asciutta, compatta, dura che ha disegnato la sobria armonia di costruzioni che sembrano fatte con i pezzi di un "Lego". Ma, la cosa che impressiona di più è quell'altro materiale da "Lego", quello dei grandi capannoni industriali rovinati a terra schiacciando chi dentro lavorava. E senti lingue straniere che li ricordano. Omaggio alla fabbrica e al lavoro! E nella fabbrica e per il lavoro loro son morti.
lunedì 28 maggio 2012
Cambiar strada
Odore di pane ieri mattina sulla strada che cambia la mia consuetudine. Un bambino indiano corre verso la scuola, il suo papà lo guarda da lontano e sorride. La signora mi chiede se può attraversare. Una scritta recita: "Il Mondo è strano". Tutti doni! Si fa omaggio all'abitudine, tradendola. Misteri del cambiar strada, lo farò ogni mattina adesso un esercizio utile per sentirsi vivi, per rinnovare l'attenzione, per tener desta la capacità di ascoltare la città. Questo serve, questo servirebbe per far leva al cambiamento. Ah, provarlo ognuno di noi l'abbandono: scordarsi, tentare e nel tentativo, trovare le chiavi di un’altra vita, di un'altra possibilità. Questo vento odora, adesso porta gelsomini, v'accorgete? C'era un vecchio contadino che prima d'avviasi si puliva ben bene il naso: era importante prepararlo ché giunto alla svolta i profumi eran tutto. Solo quelli servivano a rimpir la giornata d'ottimismo. Beato, beato lui col suo poco.
Franco Arminio. Cose del giorno dopo
Cronache culturali Lo scorso sabato 26 maggio, è stato ospite del Fondo Verri di Lecce il poeta e scrittore Franco Arminio
Essere Comunità
Francesco APRILE
Portare l’attenzione sulla sofferenza, sul dolore, distogliere lo sguardo da ciò che oggi ci ricopre, spezzare la maschera attoriale per non sopprimerci, da noi, nel gioco di una rappresentazione sociale che astrae, distrae, scuce e distrugge. Oggi, le cose ci scivolano addosso, quelle delle nostre necessità che scartiamo via come prodotti ormai scaduti, per rifugiarci nel comfort sempre troppo facile dell’apparenza frivola.
È l’attenzione che Franco Arminio, poeta-paesologo ospite del Fondo Verri di Lecce nella serata di sabato 26 maggio, chiede e crea, porta sulla scena di una rappresentazione che mossa nella tessitura del dialogo comune, del confronto, si muove, s’agita, esce dai canoni dell’uso quotidiano del linguaggio per affrancarsi, per concimarsi alle necessità che oggi via via si perdono.
Cerca la parola comunità, Arminio, e la ricerca nella continua tessitura, accompagnato nel dialogo da Mauro Marino che del Fondo Verri, assieme a Piero Rapanà, ha fatto negli anni spazio di confronto e apertura costante. Ci sono versi in calce che sanno ascoltare l’aria come un volo di rondine apre ali e libera pensiero. Quello di Arminio è un dialogo costante, intenso, con la parola che non è mai slegata da un contesto, avulsa, contorta o svuotata di senso, ma, anzi, è nel contesto che si crea e alimenta la fiamma dell’impegno, perché è impegno la poesia; ha da raccontare un vissuto quotidiano che sposta l’occhio dalle grandi narrazioni e si concentra sul vivere, su quelle necessità che per forza di cose guardano in faccia le sofferenze, il dolore, la morte e da queste si rafforzano, sanno crescere e mescere spartiti diversi, lontananze che nella necessità, appunto, sanno ritrovarsi come vicine; perché è in ciò che è comune agli uomini che la vita muove, e ciò che è comune è agli uomini universale.
Francesco APRILE
Portare l’attenzione sulla sofferenza, sul dolore, distogliere lo sguardo da ciò che oggi ci ricopre, spezzare la maschera attoriale per non sopprimerci, da noi, nel gioco di una rappresentazione sociale che astrae, distrae, scuce e distrugge. Oggi, le cose ci scivolano addosso, quelle delle nostre necessità che scartiamo via come prodotti ormai scaduti, per rifugiarci nel comfort sempre troppo facile dell’apparenza frivola.
È l’attenzione che Franco Arminio, poeta-paesologo ospite del Fondo Verri di Lecce nella serata di sabato 26 maggio, chiede e crea, porta sulla scena di una rappresentazione che mossa nella tessitura del dialogo comune, del confronto, si muove, s’agita, esce dai canoni dell’uso quotidiano del linguaggio per affrancarsi, per concimarsi alle necessità che oggi via via si perdono.
Cerca la parola comunità, Arminio, e la ricerca nella continua tessitura, accompagnato nel dialogo da Mauro Marino che del Fondo Verri, assieme a Piero Rapanà, ha fatto negli anni spazio di confronto e apertura costante. Ci sono versi in calce che sanno ascoltare l’aria come un volo di rondine apre ali e libera pensiero. Quello di Arminio è un dialogo costante, intenso, con la parola che non è mai slegata da un contesto, avulsa, contorta o svuotata di senso, ma, anzi, è nel contesto che si crea e alimenta la fiamma dell’impegno, perché è impegno la poesia; ha da raccontare un vissuto quotidiano che sposta l’occhio dalle grandi narrazioni e si concentra sul vivere, su quelle necessità che per forza di cose guardano in faccia le sofferenze, il dolore, la morte e da queste si rafforzano, sanno crescere e mescere spartiti diversi, lontananze che nella necessità, appunto, sanno ritrovarsi come vicine; perché è in ciò che è comune agli uomini che la vita muove, e ciò che è comune è agli uomini universale.
***
Dice d’aver iniziato ad entrare in Lecce e la sua realtà soltanto ora, dopo esserci già stato due o tre volte prima d’oggi. Prima, dice, la città gli era scivolata addosso, ne aveva visto il barocco, i monumenti, ma gli era scivolata addosso, perché di un luogo bisogna sentirne il respiro, il passo, l’incedere quotidiano dell’uomo e della natura dei posti. Ha capito che come molti Sud c’è qualcosa che tende a trascinare tutto con sé, verso il basso, verso la mortificazione delle risorse, della creatività che s’affanna a vivere dove la visione politica è troppo spesso accorta a soluzioni proprie di un modernismo improvvisato. Ma c’è qualcosa che nelle sue parole mi riporta alla mente altre parole, altri impegni, altre dimensioni.
***
Lo ascolto, ne leggo le parole, lo spazio che occupa la morte e la dimensione del dolore, la possibilità di esserci e progredire nella sofferenza e nelle piccole cose, nel quotidiano, nell’aprirsi ad una dimensione propriamente umana che possa designare, anche, una vita migliore, a dimensioni etiche che liberano l’uomo dal timore che, accompagnato da tutto un sistema di sovrastrutture, lo porta a scartare, ad allontanarsi dal fare i conti con l’inevitabile corso della vita per rifugiarsi nella pallida, ma semplice e fugace, coperta della rappresentazione di un liguaggio-uomo-feticcio.
E penso che sia nella necessità del tornare ad essere uomini che ascoltano lo spazio che li circonda, che se ne nutrono, e questo traducono in esperienza di vita, che si realizza l’universalità-comune della pratica poetica di Arminio, che in quel suo affrontare il dolore, per sempre continuare a costruire, mi sembra vicino ad altre parole, altre dimensioni, altri impegni che in questi posti al sud hanno imbastito parole sulle necessità quotidiane.
E penso che sia nella necessità del tornare ad essere uomini che ascoltano lo spazio che li circonda, che se ne nutrono, e questo traducono in esperienza di vita, che si realizza l’universalità-comune della pratica poetica di Arminio, che in quel suo affrontare il dolore, per sempre continuare a costruire, mi sembra vicino ad altre parole, altre dimensioni, altri impegni che in questi posti al sud hanno imbastito parole sulle necessità quotidiane.
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Penso a Salvatore Toma, al nome da scrivere su una croce per uscire “per strada a guardare la gente con occhi diversi”, penso a quel tuffo che in quelle parole si compie con in faccia la crudezza di un approccio che senza mezzi termini apre l’uomo al mondo, restituendolo alla sua appartenenza. Trovo questo in Arminio, un tornare dell’uomo al mondo, ad appartenere ad esso, esser parte dell’esistenza, per non giocare ancora a trarre in ostaggio il mondo e violentarlo con l’ineffabile dei nostri bisogni da messinscena televisiva.
venerdì 25 maggio 2012
Fondo Verri
Presidio del libro di Lecce
stagione primavera 2012
Iniziativa promossa dalla Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo
in collaborazione con l' Associazione Presìdi del libro
***
Sabato 26 maggio, alle 19.30
Franco Arminio al Fondo Verri
La copertina di Terracarne - Mondadori
Domani, sabato 26 maggio, alle 19.30, Franco Arminio, sarà al Fondo Verri.
Al suo “Terracarne” edito da Mondadori è stato assegnato il Premio Carlo Levi 2012. Armino è stato ospite la settimana scorsa a Miggiano e a Montesano per un workshop sulla Paesologia nell'ambito di “Salento Creativo”. Di seguito l'articolo di Franco Arminio per "il Paese nuovo" di giovedì 24 u.s.:
Invito il Salento alla sagra del futuro
Franco ARMINIO
Lo so, è tutto fragile, confuso. La salute morale facilmente si dissesta, il disincanto è più forte dell’incanto, le meraviglie di un giorno non si replicano il giorno dopo.
Parlando coi ragazzi che a Miggiano hanno frequentato un breve corso di paesologia, ho sentito con forza che nel sud c’è una grande capacità di manipolazione simbolica, di astrazione, e nello stesso tempo c’è un cuore conviviale, un’economia della generosità. Da qui bisogna partire ogni giorno, dall’idea che non è Milano la cosa che ci manca, ma siamo noi la cosa che manca a Milano.
Il Salento deve lavorare sui dettagli. Qui più che altrove l’essenziale c’è già. Te lo dà la taranta su una spalla, il sole in testa, il mare in gola, le case di calce, i palazzi di tufo, la pietra dolce delle chiese, i campanili di sughero, lo zucchero filato dei balconi. Terra scoperta, penisola limata dal vento e dalla luce, terra senza tegole, senza montagne e senza colline, dove la modernità convive con un fiato di magia. Sono arrivato coi nervi aggrovigliati e il cuore scuro, sono tornato a casa coi nervi ben distesi e il cuore più chiaro. Il Salento, almeno per chi viene da fuori, è una grande farmacia: la farmacia del mare, degli orti e degli ulivi, della luce.
Il sud irpino, il sud in cui vivo, è un frammento del polo incastonato nell’Appennino. Un sud scontroso, iroso, diffidente. Veniamo dalla stessa civiltà contadina, ma con un altro clima, con un’altra geografia. Non abbiamo intorno a noi la cintura epica del mare, abbiamo una terra mossa, agitata, rigata da un vento spinoso. Per me è difficile capire come fila la vita quotidiana salentina nella sua lunga stagione estiva. Da noi l’estate è una breve apparizione. I paesi sono lontani e devi fare sempre tante curve per trovarli. In certi posti l’unica pianura è il palmo della mano.
Il Salento è un’altra storia, non posso pensare di conoscerla passandoci dentro per qualche giorno. Quello che so è che mi fa bene. Al punto che mi fa perdere pure le parole (sono rimasto muto per tre ore su uno scoglio a Novaglie), perché le parole vengono più facilmente nei luoghi che infiammano i nervi, nei luoghi in cui sento solo avarizia e sfinimento.
So che anche qui il sud ha i suoi capannoni, i suoi silos dove raccoglie accidie e rancori. Ho visto coi miei occhi la campagna piena di rifiuti e so che quelli a vista sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno buttato nelle cave.
So che la classe politica di questi luoghi pensa ancora
ad infilarsi nei caselli dello sviluppismo, in un momento in cui bisognerebbe uscire dalla carreggiata, fare sentieri nuovi, impensati, piuttosto che allungare il collo di bitume al cieco bisonte della modernità.
Domenica scorsa ho incontrato molte persone che si battono contro una strada che dovrebbe trafiggere come una spada il Capo di Leuca. A un certo punto abbiamo trovato una grande pietra su cui una volta si batteva il grano. Ci siamo seduti ai bordi di questa pietra e abbiamo fatto silenzio e il silenzio ci ha fatto sentire tante cose di noi stessi e di quello che c’è fuori. Io ho visto le formiche sulla pietra, ho pensato alla malattia di mia madre, ho avvertito il sincero ardore dei miei compagni di passeggiata. Tante persone venute a dire no a una strada inutile, tante persone animate da una militanza mite, capace di contestare ma anche di ammirare, una militanza in cui la voglia di cambiare il mondo non ti fa bendare lo sguardo a quello che c’è intorno, che comunque è sempre tanto e spesso è mirabile.
A me pare che oggi siamo chiamati a percepire più che a spacciare opinioni. E mi pare che la Terra ci chieda di essere guardata, ci chieda di non essere caricata come un asino.
Nel Salento più che altrove l’utopia meridiana può essere tagliata con lo scrupolo nordico (come avviene nella bella masseria che mi ha ospitato, gestita da una coppia del nord). Il sud non si salva assolvendosi, ribaltando cioè la sua antica vena vittimistica che ha ricevuto un notevole impulso dalla vicende funeste che portarono all’unità d’Italia. Abbiamo bisogno di guardare come siamo, abbiamo bisogno di congedarci dalla modernità incivile con cui abbiamo rottamato la civiltà contadina. È un bisogno che non deve riportare indietro il nostro sguardo, ma avanti. In fondo c’è una sola sagra che va bene per ogni luogo, la sagra del futuro.
(da il Paese nuovo - pag 19 di giovedì 24 maggio)
Presidio del libro di Lecce
stagione primavera 2012
Iniziativa promossa dalla Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo
in collaborazione con l' Associazione Presìdi del libro
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Sabato 26 maggio, alle 19.30
Franco Arminio al Fondo Verri
La copertina di Terracarne - Mondadori
Domani, sabato 26 maggio, alle 19.30, Franco Arminio, sarà al Fondo Verri.
Al suo “Terracarne” edito da Mondadori è stato assegnato il Premio Carlo Levi 2012. Armino è stato ospite la settimana scorsa a Miggiano e a Montesano per un workshop sulla Paesologia nell'ambito di “Salento Creativo”. Di seguito l'articolo di Franco Arminio per "il Paese nuovo" di giovedì 24 u.s.:
Invito il Salento alla sagra del futuro
Franco ARMINIO
Lo so, è tutto fragile, confuso. La salute morale facilmente si dissesta, il disincanto è più forte dell’incanto, le meraviglie di un giorno non si replicano il giorno dopo.
Parlando coi ragazzi che a Miggiano hanno frequentato un breve corso di paesologia, ho sentito con forza che nel sud c’è una grande capacità di manipolazione simbolica, di astrazione, e nello stesso tempo c’è un cuore conviviale, un’economia della generosità. Da qui bisogna partire ogni giorno, dall’idea che non è Milano la cosa che ci manca, ma siamo noi la cosa che manca a Milano.
Il Salento deve lavorare sui dettagli. Qui più che altrove l’essenziale c’è già. Te lo dà la taranta su una spalla, il sole in testa, il mare in gola, le case di calce, i palazzi di tufo, la pietra dolce delle chiese, i campanili di sughero, lo zucchero filato dei balconi. Terra scoperta, penisola limata dal vento e dalla luce, terra senza tegole, senza montagne e senza colline, dove la modernità convive con un fiato di magia. Sono arrivato coi nervi aggrovigliati e il cuore scuro, sono tornato a casa coi nervi ben distesi e il cuore più chiaro. Il Salento, almeno per chi viene da fuori, è una grande farmacia: la farmacia del mare, degli orti e degli ulivi, della luce.
Il sud irpino, il sud in cui vivo, è un frammento del polo incastonato nell’Appennino. Un sud scontroso, iroso, diffidente. Veniamo dalla stessa civiltà contadina, ma con un altro clima, con un’altra geografia. Non abbiamo intorno a noi la cintura epica del mare, abbiamo una terra mossa, agitata, rigata da un vento spinoso. Per me è difficile capire come fila la vita quotidiana salentina nella sua lunga stagione estiva. Da noi l’estate è una breve apparizione. I paesi sono lontani e devi fare sempre tante curve per trovarli. In certi posti l’unica pianura è il palmo della mano.
Il Salento è un’altra storia, non posso pensare di conoscerla passandoci dentro per qualche giorno. Quello che so è che mi fa bene. Al punto che mi fa perdere pure le parole (sono rimasto muto per tre ore su uno scoglio a Novaglie), perché le parole vengono più facilmente nei luoghi che infiammano i nervi, nei luoghi in cui sento solo avarizia e sfinimento.
So che anche qui il sud ha i suoi capannoni, i suoi silos dove raccoglie accidie e rancori. Ho visto coi miei occhi la campagna piena di rifiuti e so che quelli a vista sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno buttato nelle cave.
So che la classe politica di questi luoghi pensa ancora
ad infilarsi nei caselli dello sviluppismo, in un momento in cui bisognerebbe uscire dalla carreggiata, fare sentieri nuovi, impensati, piuttosto che allungare il collo di bitume al cieco bisonte della modernità.
Domenica scorsa ho incontrato molte persone che si battono contro una strada che dovrebbe trafiggere come una spada il Capo di Leuca. A un certo punto abbiamo trovato una grande pietra su cui una volta si batteva il grano. Ci siamo seduti ai bordi di questa pietra e abbiamo fatto silenzio e il silenzio ci ha fatto sentire tante cose di noi stessi e di quello che c’è fuori. Io ho visto le formiche sulla pietra, ho pensato alla malattia di mia madre, ho avvertito il sincero ardore dei miei compagni di passeggiata. Tante persone venute a dire no a una strada inutile, tante persone animate da una militanza mite, capace di contestare ma anche di ammirare, una militanza in cui la voglia di cambiare il mondo non ti fa bendare lo sguardo a quello che c’è intorno, che comunque è sempre tanto e spesso è mirabile.
A me pare che oggi siamo chiamati a percepire più che a spacciare opinioni. E mi pare che la Terra ci chieda di essere guardata, ci chieda di non essere caricata come un asino.
Nel Salento più che altrove l’utopia meridiana può essere tagliata con lo scrupolo nordico (come avviene nella bella masseria che mi ha ospitato, gestita da una coppia del nord). Il sud non si salva assolvendosi, ribaltando cioè la sua antica vena vittimistica che ha ricevuto un notevole impulso dalla vicende funeste che portarono all’unità d’Italia. Abbiamo bisogno di guardare come siamo, abbiamo bisogno di congedarci dalla modernità incivile con cui abbiamo rottamato la civiltà contadina. È un bisogno che non deve riportare indietro il nostro sguardo, ma avanti. In fondo c’è una sola sagra che va bene per ogni luogo, la sagra del futuro.
(da il Paese nuovo - pag 19 di giovedì 24 maggio)
martedì 22 maggio 2012
Una danza per Melissa
Come una danza, un rito antico. Ascolto la radio, qualcuno racconta da Brindisi: “Le ragazze sono in classe al Morvillo-Falcone! E' difficile per loro star li. Difficile riprendere la normalità, brucia ancora la “ferita” e sarà difficile rimarginarla. L’inquietudine le abita. Sabato 19 è così vicino e poi, i giorni del dopo, l'emozione del saluto. Piangono, si abbracciano. Da fuori arriva un corteo di altri ragazzi. Altri studenti, anche in loro, abita l’iquietudine. Lanciano slogan! E’ come un richiamo, le ragazze abbandonano le aule del Morvillo-Falcone, gli insegnanti tentano di fermarle, minacciano una nota, ma non importa”. Il cronista continua a raccontare: “Le ragazze in strada si schierano di fronte ai loro pari che son li a portare solidarietà”. E' come una danza come un rito antico! Una catarsi, fatta di facce tese, un confronto acceso che osa la riconquista dello spazio naturale, dell’età. La scuola, il muretto degli incontri ancora annerito dallo scoppio. La vita...
lunedì 21 maggio 2012
Nel bianco
Racconti, racconti neri, tutti neri quelli che capita sentire: sabato 19 maggio è stato un giorno cruciale per questo Salento sempre pronto a dimenticare il "nero". La macchia stinge volentieri bruciata dal sole e allora, inutile pensarci. “Non è stata la Scu” dice qualcuno. L’involuzione "corleonese" - politica - della quarta mafia, è scongiurata, possiamo tirare un sospiro di sollievo e quel «Speriamo che non sia il primo di una serie» riferito a caldo da un magistrato a poche ore dall'atto criminale del Morvillo-Falcone possiamo dire sia definitivamente archiviato: la Scu, è "buona". Qualcuno sussurra – ma forse è leggenda da bar - che, nel corso di una perquisizione, un boss rivolgendosi agli agenti abbia detto: "Ma vi pare... Noi non c'entriamo e se lo troviamo l'infame saremmo ben felici di consegnarlo". Già, così si usa! Perfetto codice d'onore, quello che nel romanzo giornalistico è fatto di complimenti, di bon ton quando non c'è guerra e certe volte anche quando la guerra c'è. Quello che il sole non può stingere è il bianco della bara che si porta via Melissa. Noi siamo con lei! Siamo in quel bianco...
sabato 19 maggio 2012
Scu, terrorismo alla corleonese?
"Piccola mia ti amo" è scritto sul muro della "ferita". Le ragazze del "Morvillo-Falcone" avevano vinto un concorso con l'immagine dei loro sguardi che sfidava l'ombra e la paura: "Guardateci negli occhi" così si rivolgevano ai mafiosi, ai vigliacchi, a chi non osa mai farsi vedere e agisce nello scuro, nell'angolo storto della vita, dove la speranza annega...
Possibile possano essere stati i "nipotini" dei boss in carcere della Sacra Corona Unita? Inimaginabile, non è mai successo, gli "scoppi" la Scu li ha sempre usati per intimorire, come avvertimento, come monito estorsivo, non è mai andata oltre. Eppure, la pista di un salto di qualità "corleonese" di una criminalità, che sino a ieri non aveva mai conclamato un'operatività terrorista, è tra le ipotesi al vaglio.
La più plausibile, Nichi Vendola ha parlato di un "corpo a corpo" in atto con la criminalità organizzata. Perchè questo è, cos'altro se no? Mettere un ordigno davanti ad una scuola, sistemare un innesco, collegarlo ad un timer, azionare un telecomando è una scelta. La Scu, se la Scu è stata, si presenta sulla scena criminale tentando l'unicità dell'orrore: una strage combinata contro una scuola di ragazze.
Un atto di crudeltà e, il "muretto" degli incontri prima della campanella, si trasforma nella trappola che chiude la vita, quella di Melissa Bassi, quella di Veronica Capodieci che combatte per sopravvivere, quella delle altre, per sempre custodi del ricordo e dello strazio.
Una mattina e la spensieratezza che abita l'animo dei nostri ragazzi - abituati a "giocar sempre", così ti appaiono, se li guardi per strada presi dalla stravaganza dei loro look ispirati all'apparire al disimpegno – svanisce! Perchè scegliere i ragazzi allora? La carovana antimafia riguarda loro, l'intento di sensibilizzazione e di coinvolgimento è rivolto a loro. Un altro educare si spera, una responsabilizzazione che sia leva di un diverso fondarsi delle comunità... A questo lavora Libera.
Loro, i ragazzi, sono la speranza. Una speranza che, evidentemente, fa paura.
Ma altre ipotesi sono sotto la lente di chi indaga.
La pista anarchica? S’indaga, qualcuno chiama in campo la Grecia... No, non può essere, non posso credere che nella mira insurrezionalista possa esserci una scuola di ragazze.
Che altro rimane? Il pensiero corre alla misoginia di alcuni: l'atto di un folle mosso dall'odio verso le donne? Quell'odio che ogni giorno piega il sentire del femminile al comando di una società fondata sul predominio e su controllo maschile... Quella società, che al suo "estremo" di comando, ispira la mafia, il nascondimento, l'ombra, ogni massoneria, ogni consorteria che per essere ha bisogno di alimentare l'orrore...
Possibile possano essere stati i "nipotini" dei boss in carcere della Sacra Corona Unita? Inimaginabile, non è mai successo, gli "scoppi" la Scu li ha sempre usati per intimorire, come avvertimento, come monito estorsivo, non è mai andata oltre. Eppure, la pista di un salto di qualità "corleonese" di una criminalità, che sino a ieri non aveva mai conclamato un'operatività terrorista, è tra le ipotesi al vaglio.
La più plausibile, Nichi Vendola ha parlato di un "corpo a corpo" in atto con la criminalità organizzata. Perchè questo è, cos'altro se no? Mettere un ordigno davanti ad una scuola, sistemare un innesco, collegarlo ad un timer, azionare un telecomando è una scelta. La Scu, se la Scu è stata, si presenta sulla scena criminale tentando l'unicità dell'orrore: una strage combinata contro una scuola di ragazze.
Un atto di crudeltà e, il "muretto" degli incontri prima della campanella, si trasforma nella trappola che chiude la vita, quella di Melissa Bassi, quella di Veronica Capodieci che combatte per sopravvivere, quella delle altre, per sempre custodi del ricordo e dello strazio.
Una mattina e la spensieratezza che abita l'animo dei nostri ragazzi - abituati a "giocar sempre", così ti appaiono, se li guardi per strada presi dalla stravaganza dei loro look ispirati all'apparire al disimpegno – svanisce! Perchè scegliere i ragazzi allora? La carovana antimafia riguarda loro, l'intento di sensibilizzazione e di coinvolgimento è rivolto a loro. Un altro educare si spera, una responsabilizzazione che sia leva di un diverso fondarsi delle comunità... A questo lavora Libera.
Loro, i ragazzi, sono la speranza. Una speranza che, evidentemente, fa paura.
Ma altre ipotesi sono sotto la lente di chi indaga.
La pista anarchica? S’indaga, qualcuno chiama in campo la Grecia... No, non può essere, non posso credere che nella mira insurrezionalista possa esserci una scuola di ragazze.
Che altro rimane? Il pensiero corre alla misoginia di alcuni: l'atto di un folle mosso dall'odio verso le donne? Quell'odio che ogni giorno piega il sentire del femminile al comando di una società fondata sul predominio e su controllo maschile... Quella società, che al suo "estremo" di comando, ispira la mafia, il nascondimento, l'ombra, ogni massoneria, ogni consorteria che per essere ha bisogno di alimentare l'orrore...
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