Saranno contenti all’Albania Hotel o gli ultimi Mascarimirì votati al sound gitano, forse ancor di più la Banda Adriatica... Esperienze di ascolto e di dialogo trans-frontalliero che hanno fatto sintesi e tanto suono...
Ancor di più, lo saranno, tutti i musicisti che il Salento ha accolto in questi anni di “attese” dall'altra sponda. La folta schiera di rinnovatori della musica salentina che son stati in questo “luccicar territoriale” linfa trasversale ai generi. Ah! quanto dobbiamo, noi qui, alla sensibilità musicale balcanica e soprattutto al rigore e alla formazione accademica di molti degli interpreti divenuti (per nostra fortuna) salentini.
Insomma udite, udite!
E’ fatta, dopo il “minimalismo” e le architetture del binennio di Ludovico Einaudi, le “stanze” della sua narrazione (per dirla alla Vendola o anche alla Blasi) si liberano e si “arieggia” volgendosi alle "fanfare"...
Dopo giorni d’attesa l’autore delle indimenticabili musiche dell’ “Underground” di Kusturica - solo per citare uno dei suoi capolavori - ha sciolto la riserva e... «La Fondazione “La Notte della Taranta” è lieta di annunciare che Goran Bregović, compositore e musicista di fama internazionale, sarà il Maestro Concertatore della quindicesima edizione del “Festival la Notte della Taranta”. Il 25 agosto il maestro Bregović dirigerà l’Orchestra della Notte delle Taranta sul palco di Melpignano, dando vita ad un progetto musicale originale, in cui le musiche delle due sponde dell’Adriatico si mescoleranno nella meravigliosa cornice del Convento degli Agostiniani. La Fondazione ringrazia il Maestro Bregovic che, dopo una visita nel Salento e un confronto con alcuni dei musicisti dell’Orchestra e nonostante i suoi numerosi impegni internazionali, ha deciso di accettare con slancio questa nuova sfida, in cui la musica tradizionale salentina si unirà ai suoni dei Balcani. Ancora una volta “La Notte della Taranta”, il più grande festival europeo di musica popolare, sarà un importante luogo d’incontro di popoli e culture».
Ecco, non per essere cattivi, o sempre per forza critici (forse lo spazio dell’annuncio non è consono all’impertinenza) ma quelli della Fondazione Notte della Taranta sembrano arrivar sempre dopo, sulle tendenze.
L’“originalità” della sensibilità balcanica ha già da tempo contaminato il fare musicale salentino - come nell’edizione precedente la techno e le sintesi elettroniche - ma tant’è. Come ogni anno staremo a sentire, felici d’avere un maestro di "gioia" sul palco degli Agostiniani.
Uno che certo sarà capace valorizzatore (speriamo) di quanto è già stato seminato senza la pretesa o la presunzione d’aggiungere chissà che... Questa è terra di suoni, terra d’origine e di scambio tanto da poter affermare che già tutto è stato suonato per cui... speriamo che, alla scelta del concertatore, s’associ anche quella di un profondo rinnovamento della formula “già scritta” del concertone... magari volgendosi alle bande e al loro repertorio... Ma forse anche questo è già stato fatto!
mercoledì 28 marzo 2012
lunedì 26 marzo 2012
Voto disgiunto
Primavera! «Cambio d'orario la luce invade e speranzosi già disponiamo l'animo all'estate, ai giorni lunghi dei tramonti goduti in spiaggia a Porto Cesareo per tirar su tutto, quello che è possibile, dal sole. Poi, le zanzare provvedono a svuotar la spiaggia, c'è quella mezz'oretta impossibile che è meglio fuggir via che stare poi tutta la sera a grattarsi... Già, in estate sarà passata anche la buriana di questi giorni, avremo una nuova amministrazione in città, chissà quale». Parlava, parlava, parlava appoggiato al banco del Trecentomila e, mentre parlava, maschio e già abbronzato, sussurra dell'eventualità del voto disgiunto, sorride all'amico e d'un fiato dice: «Largo ai giovanotti, mi metto di traverso e scelgo i due che sono il meglio dei due schieramenti, non sono il nuovo, ma sono i meglio...». I nomi? Gli ha detti ma io non ve li dico... Provate a immaginarli... E lui, dal sorriso passa al riso, sull'uscio si materializza una Lei con cappottino rosa...
giovedì 22 marzo 2012
Cèsar, l'eroe
Teatro Venerdì 23, alle 20.45 in scena, ai Cantieri Teatrali Koreja, César Brie con "120 chili di jazz", lavoro, coprodotto con la compagnia "Arti e Mestieri" dell’Aquila, uno spettacolo interamente giocato sul filo dell’ironia. L'attore sarà in scena anche sabato con "Karamazov" un una doppia replica alle 10.00 e alle 20.45
La prima volta... c'è sempre una prima volta, ed è speciale quella di chi è pubblico..., ecco, la mia prima volta al cospetto di César Brie, fu molti anni fa, nei primi anni Ottanta, a Pontedera, in una stanza del Piccolo Teatro che inaugurava la sua nuova casa, in un ex sede sindacale in una città operaia, la città della Piaggio, piccola capitale allora di quello che veniva definito "Terzo Teatro".
Lì trovai lui che, con un indimenticabile graffio, raccontava la storia sua di esule argentino in fuga dalla dittatura.
Una storia d'avventura, quella di César Brie, di tante vite in una che attraversano il "mondo". Quello della geografia e quello del teatro. Per molti un "mito", un essere oltre la norma per sentimento, per energia e per forza di presenza in scena, come se fosse quella, la scena, l'ambito del mostrarsi alla vita, il territorio dove interamente donarsi, quasi immolarsi sul bilico di un proscenio sempre mobile, sempre aperto al divenire di un agire che conosce e sfida il rigore e la po-etica dell'essere attore.
Questo sentivo guardandolo quella prima volta mentre sbatteva da un muro all'altro in una follia che metteva il pubblico, noi, al cospetto della sofferenza... Un attore tramite, corpo di tutti quei corpi che erano caduti per difendere la libertà e la propria dignità di uomini liberi.
Poi son venute tante cose, quasi un attaccamento al nome e César, l'ho inseguito sulle terrazze delle Tre Masserie vestito da prete, l'ho visto fare Artaud (e chi se non lui poteva impersonarlo) in un "Talabot" odiniano e poi, e poi... sino all'ultima straordinaria "Odissea" portata in scena anche qui, nel Salento, sulle tavole dei Cantieri con il Teatro de los Andes, fondato in Bolivia a Yotala, un paese a 15 Km. dalla città di Sucre, una fattoria, fucina di una straordinaria opera corale dove quell'attore della necessità trovava moltiplicazione in tutti i corpi in scena, tutti mossi dalla medesima determinazione testimoniale.
Ecco, se ci sono "eroi", eroi contemporanei dico, eroi della poesia e del teatro, uno di questi è certamente César Brie... Andatelo a "sentire", poi, mi saprete dire!
***
Con "120 chili di jazz", oggi, alle 20.45, César Brie è in scena ai Cantieri teatrali Koreja. Da solo, racconta la storia di un uomo: Ciccio Méndez. Lui, pur di riuscire a vedere la sua innamorata, decide di entrare a una festa fingendo di essere il contrabbassista del gruppo jazz che allieterà la serata. Méndez non sa suonare il contrabbasso, ma con la sua voce da uomo delle caverne imita alla perfezione il suono delle corde. Durante lo spettacolo dovrà riuscire a sostituire il vero contrabbassista del gruppo e a nascondere a tutti la propria incapacità di suonare lo strumento.
Dietro questo racconto si celano tre amori: l'amore non corrisposto per una donna per cui finirebbe all'inferno; l'amore per il jazz, che aiuta Ciccio Méndez a sopportare la sua immensa solitudine, e l'amore per il cibo, dove Ciccio trova brevi e appaganti consolazioni.
Ciccio Méndez non è mai esistito. Nasce dalla cattiva abitudine di due amici che César Brie ha perso di vista i quali, dice, seduti accanto a lui in una classe del Colegio Nacional Sarmiento a Buenos Aires, gli facevano fare la parte del prosciutto nel panino, schiacciandolo in mezzo a loro.
***
La prima volta... c'è sempre una prima volta, ed è speciale quella di chi è pubblico..., ecco, la mia prima volta al cospetto di César Brie, fu molti anni fa, nei primi anni Ottanta, a Pontedera, in una stanza del Piccolo Teatro che inaugurava la sua nuova casa, in un ex sede sindacale in una città operaia, la città della Piaggio, piccola capitale allora di quello che veniva definito "Terzo Teatro".
Lì trovai lui che, con un indimenticabile graffio, raccontava la storia sua di esule argentino in fuga dalla dittatura.
Una storia d'avventura, quella di César Brie, di tante vite in una che attraversano il "mondo". Quello della geografia e quello del teatro. Per molti un "mito", un essere oltre la norma per sentimento, per energia e per forza di presenza in scena, come se fosse quella, la scena, l'ambito del mostrarsi alla vita, il territorio dove interamente donarsi, quasi immolarsi sul bilico di un proscenio sempre mobile, sempre aperto al divenire di un agire che conosce e sfida il rigore e la po-etica dell'essere attore.
Questo sentivo guardandolo quella prima volta mentre sbatteva da un muro all'altro in una follia che metteva il pubblico, noi, al cospetto della sofferenza... Un attore tramite, corpo di tutti quei corpi che erano caduti per difendere la libertà e la propria dignità di uomini liberi.
Poi son venute tante cose, quasi un attaccamento al nome e César, l'ho inseguito sulle terrazze delle Tre Masserie vestito da prete, l'ho visto fare Artaud (e chi se non lui poteva impersonarlo) in un "Talabot" odiniano e poi, e poi... sino all'ultima straordinaria "Odissea" portata in scena anche qui, nel Salento, sulle tavole dei Cantieri con il Teatro de los Andes, fondato in Bolivia a Yotala, un paese a 15 Km. dalla città di Sucre, una fattoria, fucina di una straordinaria opera corale dove quell'attore della necessità trovava moltiplicazione in tutti i corpi in scena, tutti mossi dalla medesima determinazione testimoniale.
Ecco, se ci sono "eroi", eroi contemporanei dico, eroi della poesia e del teatro, uno di questi è certamente César Brie... Andatelo a "sentire", poi, mi saprete dire!
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Con "120 chili di jazz", oggi, alle 20.45, César Brie è in scena ai Cantieri teatrali Koreja. Da solo, racconta la storia di un uomo: Ciccio Méndez. Lui, pur di riuscire a vedere la sua innamorata, decide di entrare a una festa fingendo di essere il contrabbassista del gruppo jazz che allieterà la serata. Méndez non sa suonare il contrabbasso, ma con la sua voce da uomo delle caverne imita alla perfezione il suono delle corde. Durante lo spettacolo dovrà riuscire a sostituire il vero contrabbassista del gruppo e a nascondere a tutti la propria incapacità di suonare lo strumento.
Dietro questo racconto si celano tre amori: l'amore non corrisposto per una donna per cui finirebbe all'inferno; l'amore per il jazz, che aiuta Ciccio Méndez a sopportare la sua immensa solitudine, e l'amore per il cibo, dove Ciccio trova brevi e appaganti consolazioni.
Ciccio Méndez non è mai esistito. Nasce dalla cattiva abitudine di due amici che César Brie ha perso di vista i quali, dice, seduti accanto a lui in una classe del Colegio Nacional Sarmiento a Buenos Aires, gli facevano fare la parte del prosciutto nel panino, schiacciandolo in mezzo a loro.
martedì 20 marzo 2012
Giornata Mondiale della Poesia
Cos'è quel battito...
Cerco e trovo. La poesia comanda e quante note, piccole scritture, appunti accumulati negli anni sul “senso” cercato e dettato dai versi dei poeti. Uno, tra questi, torna... quello dell'eterno fuggire: Paul Celan.
Celan ha più volte inteso chiarire che la sua poesia è “stretta di mano, possibilità di un incontro fra un io - che non è già più il poeta perché, la poesia, una volta scritta non gli appartiene più – e un altro, un tu - di cui la poesia è sempre in cerca.
In questo, ciò che è importante ed evidente, è la necessità che, questo incontro fra l'io e l'altro, sia possibile, solo a partire dalla irriducibile alterità che si frappone tra i due e che si concretizza in una “parola testimonianza”. Questo è la poesia! Un luogo utopico - ma pur sempre realissimo – dove è possibile incontrare l'altro.
Per favorire questo incontro, il poeta deve esercitare una costante attenzione, che è per Celan, concentrazione nei confronti delle “proprie date”, un esercizio di memoria storica e biografica che non si deve tradurre, in un esplicito resoconto di fatti o in una sorta di conversazione ideologica, “rivendicando”, alla poesia, la sua propria “oscurità”, che può tradursi, perfino, nel rischio di ammutolire, rischio a cui la poesia di Celan si espone apertamente: solo in questa esposizione, infatti, la poesia può diventare apertura all'incontro con l'altro, all'accadere del senso.
E allora, c’è verità nella poesia?
È banalizzata la poesia nel ricordo che ne abbiamo, materia scaduta nella scuola, che non l'ama, che non ama la libertà dei poeti.
Solo pochi son capaci d'accoglierla, di tradurla nel battito della vita…
***
Pensate se ogni politico avesse la determinazione dell’artista, del poeta, nel suo servire all’altro.
Credo che l’artista serva. Sia servitore cioè. Sia al servizio: del suo bisogno-desiderio d’espressione e del bisogno-desiderio della comunità di accogliere i linguaggi, le novità. Di contemplare, di trovare soluzioni ai cambiamenti che la vita porta, di poter riflettere sul suo senso e sulle possibilità.
L’artista serve oggi più che mai, è da qui che può partire un riscatto.
C’è bisogno di rieducare alla vita, di trovare un senso ad un cieco vitalismo che sembra assediare l’uomo, che preso nella morsa del produrre-consumare, svuota ogni pausa, ogni possibile rallentamento, ogni doverosa rinuncia. C’è bisogno di riannodare i legami con la storia e con la natura soprattutto pensando a cos’è necessario fare per ristabilire un contatto con i valori persi, con l’essenza di ciò che può salvarci.
Abbiamo paura, tutti sappiamo cos’è la solitudine, tutti siamo pronti a tirar fuori l’artiglio della difesa per fare l’attacco. Tutti sappiamo che il mondo è sempre più legato, unico nel suo destino. È quasi un epilogo quello che la cronaca ci rappresenta. E allora? È proprio necessario andare alla deriva, a chi è utile?
***
C’è poesia nel dolore? C’è poesia nel “non” che nega e non trova, non sa, perduto, nell’ossessione di un pensiero indeterminato, specializzato, sempre dritto sempre centrato all'ordinario di un quotidiano ormai in “loop” incapace di dettare “speranza” preda del sovraccarico “narcisista” del potere. L'Io malato dell'Occidente (e anche adesso dell'Oriente ormai stinto, nell'urgenza del Produrre). “L’arte crea lontananza dall’io. Chi porta Arte negli occhi e nella mente, è dimentico di sé” “La lingua possiede qualcosa di personificabile e percettibile coi sensi percepire il linguaggio come figura e direzione e respiro: cercare, cercarsi dare materia all’accorgersi, allo stupore di un sé lasciato all’inessenziale, indietro…”. “Come persona cerco me persona in vista del luogo della poesia, del suo farsi libera, del passo in avanti”. “La poesia talvolta ci fugge innanzi. Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? Io, io/altro, penso di sì!
Cerco e trovo. La poesia comanda e quante note, piccole scritture, appunti accumulati negli anni sul “senso” cercato e dettato dai versi dei poeti. Uno, tra questi, torna... quello dell'eterno fuggire: Paul Celan.
Celan ha più volte inteso chiarire che la sua poesia è “stretta di mano, possibilità di un incontro fra un io - che non è già più il poeta perché, la poesia, una volta scritta non gli appartiene più – e un altro, un tu - di cui la poesia è sempre in cerca.
In questo, ciò che è importante ed evidente, è la necessità che, questo incontro fra l'io e l'altro, sia possibile, solo a partire dalla irriducibile alterità che si frappone tra i due e che si concretizza in una “parola testimonianza”. Questo è la poesia! Un luogo utopico - ma pur sempre realissimo – dove è possibile incontrare l'altro.
Per favorire questo incontro, il poeta deve esercitare una costante attenzione, che è per Celan, concentrazione nei confronti delle “proprie date”, un esercizio di memoria storica e biografica che non si deve tradurre, in un esplicito resoconto di fatti o in una sorta di conversazione ideologica, “rivendicando”, alla poesia, la sua propria “oscurità”, che può tradursi, perfino, nel rischio di ammutolire, rischio a cui la poesia di Celan si espone apertamente: solo in questa esposizione, infatti, la poesia può diventare apertura all'incontro con l'altro, all'accadere del senso.
E allora, c’è verità nella poesia?
È banalizzata la poesia nel ricordo che ne abbiamo, materia scaduta nella scuola, che non l'ama, che non ama la libertà dei poeti.
Solo pochi son capaci d'accoglierla, di tradurla nel battito della vita…
***
Pensate se ogni politico avesse la determinazione dell’artista, del poeta, nel suo servire all’altro.
Credo che l’artista serva. Sia servitore cioè. Sia al servizio: del suo bisogno-desiderio d’espressione e del bisogno-desiderio della comunità di accogliere i linguaggi, le novità. Di contemplare, di trovare soluzioni ai cambiamenti che la vita porta, di poter riflettere sul suo senso e sulle possibilità.
L’artista serve oggi più che mai, è da qui che può partire un riscatto.
C’è bisogno di rieducare alla vita, di trovare un senso ad un cieco vitalismo che sembra assediare l’uomo, che preso nella morsa del produrre-consumare, svuota ogni pausa, ogni possibile rallentamento, ogni doverosa rinuncia. C’è bisogno di riannodare i legami con la storia e con la natura soprattutto pensando a cos’è necessario fare per ristabilire un contatto con i valori persi, con l’essenza di ciò che può salvarci.
Abbiamo paura, tutti sappiamo cos’è la solitudine, tutti siamo pronti a tirar fuori l’artiglio della difesa per fare l’attacco. Tutti sappiamo che il mondo è sempre più legato, unico nel suo destino. È quasi un epilogo quello che la cronaca ci rappresenta. E allora? È proprio necessario andare alla deriva, a chi è utile?
***
C’è poesia nel dolore? C’è poesia nel “non” che nega e non trova, non sa, perduto, nell’ossessione di un pensiero indeterminato, specializzato, sempre dritto sempre centrato all'ordinario di un quotidiano ormai in “loop” incapace di dettare “speranza” preda del sovraccarico “narcisista” del potere. L'Io malato dell'Occidente (e anche adesso dell'Oriente ormai stinto, nell'urgenza del Produrre). “L’arte crea lontananza dall’io. Chi porta Arte negli occhi e nella mente, è dimentico di sé” “La lingua possiede qualcosa di personificabile e percettibile coi sensi percepire il linguaggio come figura e direzione e respiro: cercare, cercarsi dare materia all’accorgersi, allo stupore di un sé lasciato all’inessenziale, indietro…”. “Come persona cerco me persona in vista del luogo della poesia, del suo farsi libera, del passo in avanti”. “La poesia talvolta ci fugge innanzi. Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? Io, io/altro, penso di sì!
lunedì 19 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
Vita e Pane
Distrarsi dalla politica forse è da suicidi, ma sana, toglie il malumore e la vita la immagini negli interstizi, nelle pieghe, negli scampoli del tempo, dietro l'angolo delle consuetudini e la vedi come rinascere, rinvigorirsi, trovare agio dove non speravi. E poi, la "misura", nel riparo, trova motivazioni, s'accontenta e cerca, torna a cercare anzi, il "possibile", ciò che non speravi! Vengono le tavole di San Giuseppe, nei prossimi giorni, un simbolo di condivisione, di offerta. Una tradizione antica che nobilita la cultura dei nostri paesi. Che riporta in vita un origine fatta di povertà orgogliosa, felice di "restituire" fiducia e fede, con la "sacralità" degli atti, ad un crudo quotidiano. Sorrisi anche con piccole cose donate dalla Terra, insaporite con le cose della Terra e della Sapienza. Questo, dovremmo imparare a fare. Meglio, a ri-fare. "Bastarci", è forse parola difficile, complicata nel continuo sentirsi strattonati da un "Sociale" avaro di sincerità. Bastarci e fare sorriso e dono!
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