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mercoledì 4 luglio 2018

Basta! C'è da spettinare il Mondo


Note per "Il Castello dei tranelli, alias dove devo andare" opera teatrale per la regia di Aldo Augieri andata in scena lo scorso venerdì 29 giugno, a Corigliano d'Otranto nell'intrico delle stanze del palazzo De Monti, complice esso stesso di una straordinaria messa in scena itinerante.

di Mauro Marino

Nel continuo regredire del Tempo, la Storia pare scena di continue repliche; l'idea di "progresso" sin qui alimentata è cronicamente malata, guasta sin dal suo principio, nella pretesa d'andare oltre l'uomo. I modelli culturali dominanti minano la Vita e la Convivenza, non siamo mai stati abituati all'idea d'essere Mondo, d'essere dentro una coralità e che la coralità è necessaria per comprendere, ognuno di noi, la propria natura, la propria unicità, la propria bellezza, la propria singolarità.

Prerogativa del teatro è la condivisione, lo stare insieme, l'incontro. Non sempre accade, tanto dell'Arte, s'è perso! Nell'Assedio, ogni giorno, lo constatiamo,  testardamente cerchiamo di porre rimedio, di alzare, dove è possibile, barricate; di attivare piccole resistenze creative, fioriture di linguaggio per opporci ai continui tentativi di appiattimento del Senso. Siamo oggi “all'uno contro l'altro", estranei al valore della complessità: l'uno solo a far "scuola" e il "due" e il "tre", il "molto" dimenticato: che non sia mai che l'altro, il diverso, che... che... che... . Meglio lasciarlo sulla soglia l’altro, sul bilico dell'esistenza, in attesa, sempre in attesa, nel niente di un destino segnato a priori, senza futuro.

Il Teatro ha per suo statuto l'idea che la qualità della scena dipenda dalla responsabilità e dalla consapevolezza che ognuno, nella relazione con l'altro, matura di se stesso. Il disagio esistenziale (condizione comune oggi a tutto l'Umano) diviene leva di crescita attraverso un'azione che vede la l'atto creativo muovere un energia profondamente sovversiva nel minare lo statuto della Contemporaneità.
Siamo sempre più convinti che l'incontro sia (nel bene e nel male) strumento generativo, seme, sempre, di possibili altre visioni, specie quando l'incontrarsi trova luogo "fuori contesto". Il teatro, terra buona ne trova sempre. Se non lo è, trova concime, fa tutto il lavoro necessario: prepara, dissoda, prova e riprova, prende tempo, crea tempo, sfiora il cuore per farlo fiorire, liberandolo dall'artificiosità, dalla pervasività della "maniera" che livella, massifica, instupidisce. Ritrovando la "crudeltà", il teatro regalmente prepara ciò che la consuetudine considera "non guardabile", alla scena. E l'incontro, somma altro incontro.

Inguardabile è oggi la consuetudine, il tradimento dei corpi, l'oltraggio dell'uomo consumato da parole che ogni giorno distillano fiele e ovvietà. Generare sorpresa, stupore, ferite, riflessione è compito del teatro, declinare il “chi si era” nel “chi si è” una volta conquistata la scena, la libertà del ruolo, della "maschera", del poter dire.

Le ossessioni (lo sanno tutti) ci governano, ma meglio tacere a proposito, par brutto, parrebbe follia, ci guarderemmo e scopriremmo che il nostro Mondo, la nostra piccola cara Terra, altro non è che un enorme Centro di Salute Mentale.

Le ossessioni peggiori sono quelle personali, quelle apparentemente più semplici. Assediano, ci orientano e ancor peggio condizionano le scelte, minano le relazioni, guastano ogni possibile incontro. Sono pericolose anche le più innocue, specie se poi diventano "potere", motivo di dominio. Ah! quanti “ossessivi”, mossi alla conquista del Governo, ha visto la Storia.
È il caso di “belli capelli”, la setta religiosa creata dal despota Helmut per governare e tenere in ordine e “pettinato” il suo regno.

Questo il tema de "Il castello dei tranelli" opera teatrale andata in scena lo scorso venerdì 29 giugno, a Corigliano d'Otranto nell'intrico delle stanze del palazzo De Monti, complice esso stesso di una straordinaria messa in scena itinerante. Un castello vero per una storia immaginata dal regista attore Aldo Augieri scritta con gli attori che l'hanno interpretata. Una grande metafora della condizione umana ben sottolineata dall’inquietante alias del sottotitolo che recita: "dove devo andare", senza esclamativo e senza interrogativo. Un opera corale, tremendamente reale, una drammaturgia nata ascoltando e tessendo storie. Un opera di “non attori” che si son fatti attori nell'esercizio della scena, fondando il contatto con se stessi, scoprendosi. Uno scavo dove la maschera (il ruolo, il personaggio) smaschera, mette a nudo, muove e indirizza l'emotività d’ognuno, la piccola verità custodita nella ritrovata espressività. E che qualità questi attori, quanta bravura svegliata, quanta sapienza spesa sul crinale della più pura e tragica commedia clownesca.
Eccoli, in ordine di apparizione: Tommaso D'Amico, il pescatore; Patrizia Fiorentino, la moglie del pescatore; Gabriele Perrucci, re Helmut; Stefania Carrone la regina Ginevra; Cesare Liaci, il cognato del re; Simona Sansonetti, la parrucchiera; Daniela Varola, la massaggiatrice; Paola Torsello, la psichiatra; Silvia Bressan, lo spettro; Giuseppe Vergori, lo chef Manticora; Stefano Ria, Milka il figlio bastardo del re; Viviana Indraccolo, la pornostar; Angelo Spedicati, Abdul, lo straniero; Nicola De Meo, il pistolero  Francesca Racaniello, la principessa Enrichetta; Rovena Hajderaj, la cantante; Maurizio Donno, il dottor Krass; Enrico Laguidara, il cameriere, Aldo Augieri, l'angelo incustodito.
C'è da dare sostanza al Tempo, all'Attesa; di fermare lo sguardo, di sospendere il giudizio, di dare linfa nuova alla Vita, un lavoro di lunga durata che ha necessità di un inizio, questo di Augieri e della sua nuova Compagnia è un ottimo inizio, rimaniamo in attesa di una nuova prova.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra l'associazione Associazione Salentina Tutela Salute Mentale, “Teatro Asfalto”, “Teatro di Ateneo” e “Naviganti” (Centro Diurno del Centro di Salute Mentale).



mercoledì 15 novembre 2017

Nei varchi del bianco



Lecce, domenica 12 novembre 2017
Ai Cantieri Teatrali Koreja, per FRAME*

Emanuela Pisicchio in FRAME la foto è di Alessandro Serra

Lei, in rosso, graffia il muro. Forse, solo questo ci resta: graffiare i muri, in questa deriva del Tempo, in una Storia, la nostra, ormai ostaggio della disillusione.
Il realismo nella pittura di Edward Hopper celebrando nella luce il quotidiano ci ha mostrato la malinconia, la solitudine, il silenzio, il bilico di un Mondo incapace di dare forma all’attesa.
Lui, ribelle e cortese, come l’Arlecchino che compare in “Frame”, ci sollecita a dissentire, ad avere coraggio, a trovare la distanza nello sguardo per superarla, per tentare un’altra via.
Non è monito l’arte?
Credo sì, è in quel monito, nello scorgerlo sotteso all’opera, che personalmente cresco la passione d’essere spettatore, pubblico, nel portarmi a casa l’esperienza della condivisione di uno spettacolo.

C’è da sentirsi confortati ogni volta che il teatro è nella necessità di interrogarsi, di confrontarsi con il pubblico oltre la parola; di star solo, con il gesto e con il corpo dell’attore in scena, solo, preso nel fare e disfare, preso a seminare segni, minute significazioni, sospensioni, attimi, desideri, pudore.
Guardando lo spettacolo di Koreja con la regia di Alessandro Serra, ho pensato ad uno spettacolo dei primi anni Ottanta “Lo spazio della quiete” del Teatro della Valdoca, anche quello un lavoro ispirato dalla pittura, ma, in “Frame”, la quiete è cosa lontana e anche il silenzio è pieno di rumore, come l’animo degli attori-personaggi che, evocati dalla pittura del maestro americano, si materializzano di frame in frame, in un bianco quadrato di scena che svela varchi inaspettati.
Cosa c’è meglio della pittura per sollecitare la tensione contemplativa, per lasciare lo spettatore solo - anche lui - al cospetto dell’opera?
Ecco, ci ritroviamo: ci siamo noi nei passetti degli attori, noi persone, noi gente. Nella nudità, nelle attese, nella paura, nell’inquietudine e nell’impossibilità del contatto. L’andare e il tornare e ancora l’andare nel dettato del Tempo fino al limite del baratro.
Nell’America di Hopper c’è tutto ciò che siamo, ciò che siamo voluti diventare e ciò che maledettamente pervade ogni istante di una Storia incapace di tessere storie.

*  *  *
 

*In scena Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro. La regia, le scene, i costumi e le luci sono di Alessandro Serra.
La realizzazione scene è di Mario Daniele. La produzione dello spettacolo è di Koreja.

Mauro Marino
 

mercoledì 12 luglio 2017

Il punk-teatro di Aldo Augieri

di Mauro Marino – Per “Storielle cliniche” spettacolo del Teatro di Ateneo diretto da Aldo Augieri, in scena lo scorso mercoledì 5 luglio 2017, al Teatro Comunale di Novoli.
C’è un teatro discolo che non si piega al dettato, sfugge, sgretola i canoni. Prova , si prova, immola e sacrifica. Sparla senza straparlare, esatto nelle tessiture sottese al senso: l’ordito fa il pregio di ogni creazione, quello di Aldo Augieri è fatto di filature letterarie forti, antiche, salde.
C’è un teatro solitario, appartato, un teatro della necessità, eroico, “malato” a volte, ma mai bisognoso d’essere curato: l’ossessione registica fa la particolarità, l’unicità della scena, quando manca non c’è Teatro. È teatro spesso visitato dalla genialità per questo, incompreso. Un teatro artigiano, al riparo dalla vezzosità, dalla “finitura”, della leziosità decorativa, dall’ipocrisia del “buongusto”. Un teatro dove l’illusione, il trucco, è manifesto, cifra stessa dello stile. Che farsene dell’esattezza, della “pulizia”, degli eccessi sceno-tecnici? A cosa servono? Servono alla “spettacolo” non al Teatro, quello è altra cosa. Servono a “complicare” ma non alla necessità della scena che è cosa della “parola”, della mistica del testo, del verso, del corpo in atto.
Alcune sere fa, dopo la prima di “Storielle cliniche” di Aldo Augieri visto al Comunale di Novoli mercoledì 5 luglio, ho assistito ad un saggio di danza. Tra le bambine sul palco ce n’era una regalmente “inesatta”. Era lì con le altre sue coetanee con il tutù. Era lì ma, anche, esattamente da un’altra parte. Ecco, Aldo Augieri è quella bambina: è nel, con, per il Teatro ma anche da un’altra parte. Inesatto e crudelmente centrato nel suo canone, nella sua assenza dalla consuetudine teatrale, nella sua particolarità stilistica. Unico e sorprendentemente “solo”.
Ma quanto lavoro per “cucire” queste “Storielle cliniche”. Lo spettacolo, ultima produzione del Teatro di Ateneo “è il risultato di un labortorio biennale, che ha visto il primo anno rivolto alla formazione attoriale e alla riscrittura drammaturgica di testi di letteratura moderna e contemporanea, attraverso operazioni di lettura e scrittura collettive; il secondo anno è stato dedicato alla messa in scena del risultato ottenuto”. Una drammaturgia abbondante. “Palestra” se stessi nell’esercizio della quotidianità; piacere e dannazione la “scrittura” di cui ci si circonda: Bender, Cortazar, Gogol, Homes, Malerba, Sauders, Veronesi, Wallace gli autori che hanno prestato racconti alle “Storielle”.
In scena con Aldo Augieri, straordinario e generosissimo attore “cristico”, la brava giovin-attrice Beatrice Perrone e l’intenso-vecchio Ettore De Matteis.
Un succedersi di travestimenti e di gag interpretate da conigli. Crude, disarmanti, mai compiacenti. Non so perché Augieri abbia scelto dei conigli per raccontare le sue visioni. I conigli siamo tutti noi, impavidi o quelli che di noi son capaci di “parlar chiaro”, di parlarsi con tutto il carico dei turbamenti e delle angosce? Svelano il “contemporaneo” i conigli di Augieri. Apparizioni chiuse nell’armadio di un vecchio vedovo chiuso anche lui, disarmato, fragile, come disarmati e fragili siamo noi “conigli” incapaci di dare corpo al “no”. Sconfitti, alla deriva. Solo la notte aiuta, solo la notte libera allucinazioni e superstizioni. Solo la notte rompe l’ordine di ciò che il Tempo (il giorno) porta. Solo la notte ci toglie dallo stretto cosmo dell’identità per farci esseri somiglianti, significanti e significativi. La chiave, tra le tante disseminate nel testo, l’ho trovata in questo frammento, è Augieri Cucciolo Rabbioso che parla: “se ancora non l’hai capito io e i miei amici punk siamo pappa e ciccia anche se non mi vesto di pelle e metallo per motivi legati alla mia professione ammiro da morire il senso estetico dei punk…”. Questo è Augieri, un meraviglioso punk orgogliosamente capace del suo “no”.
Mauro Marino
“Storielle cliniche” produzione Teatro di Ateneo
Regia di Aldo Augieri
Con Aldo Augieri, Ettore De Matteis, Beatrice Perrone
Aiuto regia: Valentina Menza
Scenografie: Antonio Cazzato, Daniele Sciolti
Costumi: Lilian Indraccolo, Bianca Sitzia
Tecnico del suono: Emanuele Augieri
Luci: Raffaello Vetrugno

giovedì 30 giugno 2016

Novoli, Teatro del Fuoco



In questi giorni con Spagine abbiamo voluto rieditare in stampa anastatica la ricerca di Domenico Maurizio Toraldo “Il Teatro di Novoli. Un secolo di storia”. Oggi il Comunale Novolese – temporaneamente chiuso per lavori di miglioramento tecnico - è oggetto di dibattito… Quello che segue è il mio contributo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 21 giugno 2016.


È sempre complicato intervenire nello specifico di un dibattito che interessa una comunità cittadina, ma le “cose”, quando riguardano la cultura e i suoi contenitori, riguardano un po’ tutti, specie se, la comunità interessata è al centro, almeno una volta l’anno (ma è solo per esagerare che scrivo questo, certo non è così) della cronaca culturale locale e nazionale. Parlo di Novoli, luogo della grande Focara d’autunno e del dibattito che in questi giorni riflette sull’attribuzione del Teatro Comunale a Mario Teni, un commediografo locale. Ci sono molti esempi di Teatri Comunali intitolati a personaggi più o meno noti, non guasta, ma ragionando intorno alla natura del teatro novolese percepisco la possibilità di un diverso operare in questo senso.
Credo che la materia dello scrivere e del fare teatro sia il “fuoco” che arde nel drammaturgo e soprattutto nell’attore quando, in scena, porta in dono se stesso al pubblico. Quale migliore occasione allora per dedicare proprio al Fuoco (e all’attore) il teatro novolese? Un legame con l’Evento di Gennaio che si ripeterà ogni volta che il nome del teatro verrà citato per annunciate una rassegna, uno spettacolo, un appuntamento, una produzione.+
“Teatro del Fuoco”, mi pare “suoni” bene, specie in questa nuova fase della storia del Comunale novolese divenuto, con l’iniziativa di Teatri Abitati, residenza di due importanti realtà territoriali: Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro esempio virtuoso, le due Compagnie, di fare teatro e di fare comunità teatrale. Realtà, che con le loro produzioni calcano i teatri nazionali e internazionali riscuotendo successi, premi e riconoscimenti. Due realtà tese non solo alle loro produzioni (e un teatro è importante se è luogo di produzione e non solo di rappresentazione) ma soprattutto alla proposta di Cartelloni capaci di dar pregio e unicità al Comunale, attraendo pubblico da tutta la provincia leccese e non solo.
A Mario Teni si potrà dedicare ad esempio la bellissima saletta di esposizione posta in alto, sul loggione, che rappresenta una possibilità importante e bella di esposizione, un fiore all’occhiello del teatro se animata con gusto e creatività.
C’era un tempo, la buona abitudine, di issare targhe sulle mura dei teatri per ricordare le persone legate al lavoro della scena. Le targhe commemorative, i monumenti, i busti in marmo - come scrive Hermann Hesse nel suo straordinario “Pellegrinaggio in Oriente” - servono a rallentare il cammino delle persone, a destare e a tramandare memoria, sostando al loro cospetto. Mi auguro allora, che sulla facciata del teatro possa essere posta una targa per ricordare Teni e quanti altri hanno contribuito alla storia culturale di Novoli e del suo bel teatro.
*Operatore culturale Fondo Verri