Un romanzo è un romanzo quando
costruisce una densità, un ritmo, una pasta narrativa. Qui, è l’ossessione
solitaria del protagonista a levitare, pagina dopo pagina, ricordandoci che, in
un romanzo, quando è un romanzo, non c’è solo una storia ma soprattutto il
lavoro intorno ad essa, solo così, il profondo “dialogo” tra l’autore e i
personaggi narrati, il dar loro corpo, anima, vita, si “trasferisce” nel
lettore dove l’impresa dello scrivere trova conferma.
«Ero l’unico bambino a mettersi
nell’angolo anche se non ero in punizione». Sublime la fuga dal consueto, non è
dei vinti ma di chi sa cos’è osare e così - come Marco, il protagonista - in
quiete ho cercato, nell’angolo anch’io; al riparo ho trovato le consonanze, lo
stesso respiro, la stessa preoccupazione. La stessa paura, la stessa consolazione,
pagina dopo pagina e oggi, alle ultime, rallento, mi fermo. Non mi interessa
l’esito, voglio lasciarlo sul bilico dell’estrema conseguenza, nella
radicalizzazione del suo pensiero, nel fuoco della sua scelta “nichilista”.
Un nichilista pensa, un po’
troppo forse, ma pensa, il suo disegno di sottrazione dalla vita è lucido, non
è dettato dalla follia. Marco è un ammutinato,vitalisticamente sta al margine
del quotidiano: «Ho ho scelto di vivere sommerso, di sopportare l’apnea, di
preferire l’abisso ai grandi cieli». Una vera e propria clandestinità la
sua, per metodo e costanza operativa, la latitanza sociale di un «quasi
scomparso».
Devo confessarlo, questa storia l’ho
sentita profondamente mia. La mia storia, la storia di chissà quanti altri
“sensibili”. Ho praticato anch’io il timore dell’altro, ho trovato anch’io
rifugio nel silenzio, anche a me è servito costruire «un ordine per disordinare
tutto».
La vita la capisci subito, il
sentirsi inadeguato ai “riti” della socialità, la difficoltà nelle relazioni,
abita in te sin da bambino, poi, «quella pallonata in faccia» t’arriva
e suggella, celebra, la necessità dell’esercizio: la separazione diventa pratica,
lo star soli, una necessità. Meravigliosa pulsione la separatezza nella
vertigine del pensiero: c’è chi la fugge, chi invece ci si immerge
consacrandosi all’isolamento, alla resistenza, senza astio, ma con rigore come
un frate con la sua “regola”, scegliersi nella pratica del “no”.
Alla pari di Marco, con le altre
(Aspra, Lidia, Serena, la madre) e gli altri comprimari (gli anonimi avventori
del bar, il bar stesso, il nonno, il padre, il fratello con il suo figlioletto,
il gatto Luigi, il pappagallino Charlie) protagoniste e compagne di vita sono
le canzoni, la musica: «Ho scelto di regalarle la notte, di dedicarle le mie ore di
sonno, sacrificarle a lei. Basta un piatto, un paio di cuffie e un punto di
fuga. Un luogo piccolo dove posare lo sguardo e lasciarlo quietare». E ancora
leggiamo: «Praticavo l’ascolto puro. Mi dedicavo alla musica, il suo
essere materia liquida, leggera, eterea, vaporizzata nelle nostre vite».
Quanta sapienza mette Osvaldo Piliego in questa storia, la musica lui – da
batterista prestato alla scrittura – la conosce bene, ne fa una culla di senso,
ne esalta la pratica, se ne fa filosofo.
Ecco sì, la chiave di lettura di
questo straordinario lavoro ricco di chiaro-scuri, di accelerate e di repentine
frenate esistenziali, di cauti entusiasmi e di sprofondamenti passionali è la
filosofia, la complessa traccia esistenziale messa in scena, ne fanno un’opera
sartriana, nella fine capacità di delineare la qualità e lo spessore de “la
nausea” a noi quotidiana. Come decantarla, renderla valore? Una domanda
centrale nella nostra contemporaneità, l’amore porta disordine, muove la vita,
la cambia, tradisce il dettato, fa oltraggio del destino che ci siamo dati.
Alleati di Marco, avendo imparato a volergli bene, dobbiamo dire grazie a quella
ragazza che ammicca nel titolo la sua disperata diversità, a lei, dobbiamo il
disturbo l’alterazione che esplicita la lotta di Marco/Zero lotta con la vita. L’esito
di questa storia lo conoscerete leggendolo, vi esorto a scoprirlo e chissà
quanti di voi nelle pagine troveranno un frammento di sé stessi.
#tornoallepersone
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