giovedì 30 giugno 2016

Novoli, Teatro del Fuoco



In questi giorni con Spagine abbiamo voluto rieditare in stampa anastatica la ricerca di Domenico Maurizio Toraldo “Il Teatro di Novoli. Un secolo di storia”. Oggi il Comunale Novolese – temporaneamente chiuso per lavori di miglioramento tecnico - è oggetto di dibattito… Quello che segue è il mio contributo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 21 giugno 2016.


È sempre complicato intervenire nello specifico di un dibattito che interessa una comunità cittadina, ma le “cose”, quando riguardano la cultura e i suoi contenitori, riguardano un po’ tutti, specie se, la comunità interessata è al centro, almeno una volta l’anno (ma è solo per esagerare che scrivo questo, certo non è così) della cronaca culturale locale e nazionale. Parlo di Novoli, luogo della grande Focara d’autunno e del dibattito che in questi giorni riflette sull’attribuzione del Teatro Comunale a Mario Teni, un commediografo locale. Ci sono molti esempi di Teatri Comunali intitolati a personaggi più o meno noti, non guasta, ma ragionando intorno alla natura del teatro novolese percepisco la possibilità di un diverso operare in questo senso.
Credo che la materia dello scrivere e del fare teatro sia il “fuoco” che arde nel drammaturgo e soprattutto nell’attore quando, in scena, porta in dono se stesso al pubblico. Quale migliore occasione allora per dedicare proprio al Fuoco (e all’attore) il teatro novolese? Un legame con l’Evento di Gennaio che si ripeterà ogni volta che il nome del teatro verrà citato per annunciate una rassegna, uno spettacolo, un appuntamento, una produzione.+
“Teatro del Fuoco”, mi pare “suoni” bene, specie in questa nuova fase della storia del Comunale novolese divenuto, con l’iniziativa di Teatri Abitati, residenza di due importanti realtà territoriali: Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro esempio virtuoso, le due Compagnie, di fare teatro e di fare comunità teatrale. Realtà, che con le loro produzioni calcano i teatri nazionali e internazionali riscuotendo successi, premi e riconoscimenti. Due realtà tese non solo alle loro produzioni (e un teatro è importante se è luogo di produzione e non solo di rappresentazione) ma soprattutto alla proposta di Cartelloni capaci di dar pregio e unicità al Comunale, attraendo pubblico da tutta la provincia leccese e non solo.
A Mario Teni si potrà dedicare ad esempio la bellissima saletta di esposizione posta in alto, sul loggione, che rappresenta una possibilità importante e bella di esposizione, un fiore all’occhiello del teatro se animata con gusto e creatività.
C’era un tempo, la buona abitudine, di issare targhe sulle mura dei teatri per ricordare le persone legate al lavoro della scena. Le targhe commemorative, i monumenti, i busti in marmo - come scrive Hermann Hesse nel suo straordinario “Pellegrinaggio in Oriente” - servono a rallentare il cammino delle persone, a destare e a tramandare memoria, sostando al loro cospetto. Mi auguro allora, che sulla facciata del teatro possa essere posta una targa per ricordare Teni e quanti altri hanno contribuito alla storia culturale di Novoli e del suo bel teatro.
*Operatore culturale Fondo Verri

Porca Puttana Pasolini! Che spettacolo!!!




di Mauro Marino

Pasolini mi guarda, la mascherina col suo volto consegnata a fine spettacolo è sul tavolo. Preziosa e muta mi riporta i suoni sentiti, le emozioni, le ferite aperte e chiuse da uno spettacolo fuori dall’ordinario, interpretato da attori atleti del corpo e della parola, speciali nella loro generosità ed efficaci nel rendere l’intimo senso del dettato pasoliniano. “PPP. Passione, progione, pietà e/o Porca Puttana Pasolini” è il titolo dell’“omaggio a Pasolini, al suo essere uomo tra gli uomini” portato in scena dalla Compagnia Io ci Provo all’interno delle mura della Casa Circondariale di Borgo San Nicola a Lecce. Uno spettacolo itinerante tra corridoi, celle, rampe, cortili della sezione femminile, vissuto in piedi di quadro in quadro da venti spettatori per volta, due repliche al giorno dal 6 all’11 giugno.
Il teatro si conquista lo spazio, l’agibilità e lo sguardo: questa è la sfida, sempre, da sempre. Una regola per il teatro fuori che vale molto di più per il teatro vissuto e costruito all’interno di un carcere.
“Fuori” e “dentro” qui si sovrappongono, l’atto libero del teatro muove la voce, spinge il gesto e la libertà la senti, la vedi nell’energia del corpo che hai di fronte, vicino: un corpo recluso, “costretto”, ma non domato, mosso all’attacco nella regola del provarsi sul bilico della rappresentazione. “Fuori” e “dentro”, in sé, fuori di sé e nell’ascolto dell’altro in un flusso di reciprocità.
Entriamo in gruppo, a piedi, in questa porzione di città sempre più presente nella vita culturale della città. Nel primo quadro un grande e pesante cancello ci separa dagli attori, sono due naufraghi stesi in un gommone, indossano delle giubbe salvagente. Guardano il cielo, uno chiede: “Eee… e che so’ quelle?”; l’altro risponde: “Quelle sono le nuvole”. “E che so’ ‘ste nuvole?”; “Bho!”. “Quanto so’ belle! Quanto so belle!”; “Ah straziante meravigliosa bellezza del creato”. In sottofondo Domenico Modugno canta “Tutto il mio folle amore, lo soffia il cielo, lo soffia il cielo…” e loro, meravigliati, ripetono il testo di prima in albanese, la loro lingua. In ciò che rimane sospeso, nel non detto, le storie, la loro vita, le storie e la vita di tanti altri, e noi, saremmo dannati, se non li amassimo, d’un “folle amore…”.
È immediato l’innamoramento per questo nuovo lavoro diretto da Paola Leone assistita dal suo ormai storico sodale Antonio Miccoli. Già dal primo quadro percepisci la forza espressiva raggiunta da questa straordinaria ed unica compagnia di teatro. I livelli di empatia raggiunti, la considerazione della forza dell’atto teatrale, la necessarietà della comunicazione artistica per lenire e sanare la condizione detentiva e renderla “regale” occasione di riscatto e di nuova consapevolezza. Ma al di là di questo, ciò a cui assistiamo è teatro; vero teatro messo in scena da attori, solo quello: attori nel disincanto proprio della lingua di Pasolini. In quel “Bho!” c’è l’abbisso, la vertigine… Quelli di fronte sono i ragazzi di vita, son della pasta della strada, di quel margine e di quello stupore, da lì vengono per farsi attori e attori sono adesso.
Entriamo in una cella piccolissima uno ci racconta del suo viaggio al nord e del “miracolo dei gelati” e pare di assistere ad un frammento de “La Ricotta”; entriamo in un’altra cella, l’incorreggibile guarda il suo televisore, con la musica di Lupin. Ci accoglie così, poi spegne il Tv e racconta di una fuga da casa verso Bologna in cerca di facili guadagni… Poi siamo in una classe dove campeggiano sulla lavagna i versi:  “Ah, borghesia sì, vuol dire ipocrisia: ma anche odio. L’odio vuole la vittima, e la vittima è una”. Già, una. Quella a cui i compagni fanno scherno negando la condivisione della merenda… gesti semplici, carichi, in assoli che si susseguono fino alla catarsi finale del boxeur, del cortile vuoto che accoglie la voce di Pasolini in “Supplica a mia madre”, con in alto le donne alle finestre, dietro le grate, a lanciar leggerezza in forma di petali e la partita di pallone senza pallone in un altro metafisico cortile aperto solo al cielo, solo lì libero… In ultimo le voci di Ninetto e di Totò: “Ma qual è la verità? È quello che io penso de me? È quello che pensa la gente, o è quello che pensa quello là, lì dentro? (e Ninetto nel film indica il burattinaio)”. “Cosa senti dentro di te? Concentrati bene. Cosa senti, eh?”. “Sì, sì… si sente qualcosa che c’è!”. “Quella è la verità! Ma, ssssh… non bisogna nominarla, perché appena la nomini, non c’è più”.
Qui la verità c’è, quella della carne nel teatro, dove il giudizio è impossibile perché magnificato dalla bellezza.

domenica 15 maggio 2016

Lecce, città del libro



È di venerdì l’annuncio: con un post su facebook, l’assessore alla cultura Gigi Coclite, dal Salone del libro di Torino, ha comunicato la nomina della Città del Libro 2017. È Lecce, la nostra città!
Un bel traguardo per chi ogni giorno, investendo la propria energia, lavora per la costruzione di una città della cultura e della conoscenza dove il “bene comune” trovi valore nella bellezza e nell’equilibrio della relazione tra Cittadino e Istituzioni promuovendo un “senso civico” diffuso, virtuoso e ispirato. Un lavoro faticoso e difficile spesso “tradito” e mortificato.
Va riconosciuto all’assessore Coclite, un impegno speciale, in questi anni, nella promozione del libro, della lettura e delle esperienze autoriali, un lavoro portato avanti con stile e con creatività contando sulla collaborazione dei tanti operatori culturali attivi nella nostra città; un esempio, il ciclo di incontri “Tra musica e parole” realizzato dall’Amministrazione con le associazioni “Lecce Legge” e “Nireo” che hanno avuto luogo al Must coinvolgendo direttamente i lettori nella “promozione” delle loro passioni letterarie.
Mercoledì 11 maggio, ho assistito ad una particolarissima azione di lettura a più voci di un opera della misteriosissima Elena Ferrante, il titolo del libro “L’amica geniale”: la storia di due donne e soprattutto la storia di un amicizia. La particolarità di questa lettura pubblica è nel luogo: la sala teatro della Casa Circondariale di Borgo San Nicola, interpreti sei detenute della sezione di massima sicurezza. Un momento di ascolto straordinario. Il libro s’è fatto, per le protagoniste dell’esperienza, il “medium” di un altro percepirsi nel tempo della detenzione; per noi, l’occasione di una riflessione sul valore del libro e della lettura nei percorsi di cura, di riabilitazione e di inclusione sociale.
Un libro è uno scrigno, la lettura muove, sollecita il pensiero e diventa sempre pretesto per l’approfondimento della conoscenza di se stessi e della relazione di se stessi con il Mondo, un atto “solitario” che però può mutarsi in atto corale, condiviso, come è accaduto per “Leggere dentro” l’iniziativa a cura dei Cantieri Teatrali Koreja (per Itinerario Rosa) prima citata e come accade, ogni giorno, nelle tante iniziative che trovano nella nostra città, numerosissime occasioni di scambio e di crescita comune.
Quotidianamente, scorrendo le pagine culturali dei nostri giornali, scopriamo di quanto intesa sia l’attività che trova nel libro il motore e il motivo del fare culturale: incontri con l’autore, letture a voce alta, la nascita di piccole biblioteche private aperte al pubblico (l’ultima inaugurata nelle scorse settimane all’Ammirato Culture House), le animazioni in biblioteca e via via fino a chi guarda ai neonati per farne dei potenziali lettori. Ma molto c’è ancora da fare facendo leva sulla buona volontà di chi disinteressatamente e con passione si mette al servizio del libro.
Il "titolo-laboratorio" di Città del Libro pare perfettamente a “misura” della nostra possibilità ideativa e operativa. Un titolo che certo può essere fecondo e generativo di nuovi lettori (la Puglia e il Sud hanno numeri bassissimi in questo senso) se si saprà puntare sul valore maieutico sempre insito nel libro.
Ben vengano i grandi autori ma sono auspicabili anche iniziative volte a rafforzare l’operatività già attiva in città e nella nostra provincia. In questi giorni Tricase e Lucugnano (luogo di Casa Comi) saranno scena della seconda edizione del festival letterario “Armonia” diretto da Mario Desiati; poi, c’è la rassegna nazionale degli autori e degli editori di Campi sempre sul bilico del “forse”…
Il titolo-laboratorio “Città del Libro” è un ottimo stimolo per continuare a riflettere sulla nostra città, sul Salento e sul perché Lecce è (nei fatti) città d’arte e di cultura molto più di altre città italiane. Una riflessione più volte avviata e interrotta ma mai veramente maturata con scelte pienamente titolate alla cura e alla tutela del patrimonio, artistico, culturale, autoriale, esperienziale che la Città – al di la di tutto – riesce a custodire e ad ispirare.


Mauro Marino - La Gazzetta del Mezzogiorno 15 maggio 2016

giovedì 21 aprile 2016

Il cinema in carcere… un'occasione perduta


Il “cane occhio” del Festival del Cinema Europeo è giunto nella Casa Circondariale di Borgo San Nicola, in un soleggiato e ventosissimo pomeriggio (ieri mercoledì 20 aprile), effigiando le lussuose navette che hanno accompagnato gli ospiti: Elio Germano, l’attore; Luciana Castellina, in veste di critica cinematografica; il direttore della kermesse Alberto La Monica e poi il codazzo, testimone necessario della “parata” davanti ai carcerati.
Un’occasione perduta per far bella figura e dare senso al “cinema”!
Già, così è stato, semplicemente perché dove è necessario l’attore deve avere il buon gusto di non fare passerella e di fermarsi con chi lo ospita. Fare “cineforum” come si usava una volta: promuovere e sollecitare il “dibattito”. Anche perché, la premessa sembrava buona (almeno a parole…): “Carcere, teatro e riabilitazione” è il titolo nel programma del Festival di una sezione tutta dedicata alle esperienze di “animazione penitenziaria” – venerdì 22 aprile alle 18.00, sala 2 del Multisala Massimo - con un film documentario di Lara Napoli e Alessandro Salvini, dedicato al lavoro della Compagnia “Io ci provo” diretta da Paola Leone nella Casa Circondariale di Lecce e con il lavoro di Christian Cinetto che racconta quanto accade nella casa Circondariale di Padova.
“Grazie d’averci preso in considerazione” ha urlato una detenuta rivolgendosi a Germano, prima di chiedergli se è sposato o fidanzato. Un altro gli ha detto “il carcere bisogna viverlo per conoscerlo” e per rispettarlo aggiungo io, e, se è vero com’è vero, che “l’attore ha potere”, “l’attore è politico” (parole di Luciana Castellina) è misero il braccino alzato in segno di saluto dall’attore sommerso dal codazzo, che ha trascinato via la star verso i doveri mondani.
Nella grande sala-teatro di Borgo San Nicola la buona intenzione del “cane occhio” si è dissolta, una pessima figura del Festival del Cinema Europeo al cospetto dei detenuti, degli agenti penitenziari e del pubblico venuto da fuori. Un peccato ma sappiamo che l’esperienza creativa in atto nella Casa Circondariale di Borgo San Nicola saprà metabolizzare quanto accaduto e superalo… Anzi l’ha già fatto: oggi non si replica!

martedì 12 aprile 2016

La libertà dell’attore-autore



“Il teatro è teatro quando nell'atto interroga la natura stessa del suo essere teatro e la vita, nel filtro della scena, decanta il senso, lo chiarifica, lo rende segno e significazione” un pensiero elaborato al cospetto della scena, interrogandomi sulla “visione”, sorpreso ed entusiasta di quanto accade: c’è teatro, ci sono Compagnie e ci sono attori, molti e bravi, una nuova leva abita i palcoscenici della città e del Salento.
Teatri abitati da energie che non risparmiano fatica. Lavoro indomito quello del e per il teatro, necessaria l’umiltà per meglio calibrare il dono che l’agire chiama utile alla cucitura della relazione, dello scambio emozionale che muove dal palcoscenico verso l’altro, seduto in platea e viceversa in una virtuosa e generativa circolarità. La giovane drammaturgia è un modo per capire cosa accade nel presente e al presente. Lo sguardo sul reale, frontale, diretto dei “giovani” - senza le mediazioni e le presunzioni dell’esperienza, dell’età - nutre la scena, scardinando consuetudini stilistiche e i manierismi della ricerca.
Penso a Antonio Palumbo e Manuela Mastria, al loro “Hana-do Teatro” e alla messa in scena – nel settembre scorso, in un capannone in disuso della Cooperativa Nuova Contadina di Andrano – di "Waiting for Job - resistere è amare", un atto liberato dalla “narrazione”, colmo di poesia, dove il verso è declinato con l'intero del corpo e l'agire teatro riconquista il suo indeterminato per farsi pura visione, abbandono nella contemplazione dell’accadere.
Penso alla freschezza della “Cuspide malva” gruppo tutto al femminile – Iula Marzulli, Manuela Mastria, Francesca Greco, Adriana Polo - che reinventa il teatro canzone proponendo andature poetiche per raccontare l’amore, il cibo, il cinema e per “condividere con il pubblico l’importanza della parola e del suono”.
Penso al denso minimalismo di Alessandra Crocco e Alessandro Miele – autori/attori di un percorso di sezionamento drammaturgico de “I Demoni” dostoevskiani, prima con un trittico di assoli, studi ambientati in luoghi non teatrali, sfociati nel gennaio scorso in “Fine di un romanzo” dove i due erano accompagnati in scena da Giovanni De Monte, Rita Felicetti e Maria Rosaria Ponzetta.
Penso all’infaticabile Riccardo Lanzarone attore palermitano “naturalizzato” pugliese visto in scena ai Cantieri Teatrali Koreja in scena con il trombettista e sound designer Giorgio Distante in “Codice nero”, un atto teatrale rivelatosi di rara intensità. Il corpo - i corpi dai quali l’attore entra ed esce sapientemente calibrando posture e voce – per un viaggio “romantico”, a ritroso nella sua storia personale e nel sistema sanitario nazionale.
Penso alla reinvenzione del teatro espressionista che Principio Attivo rende militanza sul palcoscenico e per strada. Alle variazioni shakespeariane della Factory. Penso ai “funamboliche” mise-en-scène di Aldo Augieri che recentemente ha proposto al Teatro Paisiello “Scandalo negli abissi” ispirandosi ad un fiaba di Celine.
E penso alle magnifiche prove teatrali che Paola Leone agisce con “Io ci provo” dentro e fuori il carcere di Borgo San Nicola. Scena dove l’essere attore coniuga l’atto con la più profonda necessità espressiva, quella che segreta abita ogni individuo quando indaga la propria “ferita”.
Ecco quello dell’autorialità è il perno su cui si incardina questo fare teatro. Una visione dell’attore che smargina i ruoli, smuove la regia e la porta ad essere attiva sul palcoscenico. L’attore-autore è l’artefice, in una visione solidale della costruzione scenica dove spesso il “congegno” dello spettacolo è mosso e sedimentato da due, tre sensibilità co-agenti nel pensare e nello stare: l’attore-autore muove la sua complessità ideativa da protagonista, attraverso la scrittura e l’interpretazione affidandosi agli altri attori – autori nella costruzione della coralità. L’esperienza di assolo sedimentata in questi anni da Fabrizio Saccomanno, Ippolito Chiarello, Fabrizio Pugliese, Angela De Gaetano trova “compagni” sulle tavole del palcoscenico, alla pari, un “ambiente” finalmente, quello del teatro salentino, dove le energia si scambiano, fluiscono, al di là dell’appartenenza, in libertà, per provarsi nell’arte.

MAuro Marino per la rubrica Affreschi&Rinfreschi CoolClub.it Aprile 2016